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pubblicato il 15/dic/2015 12:33

Federal Reserve, le 4 cose che ci riguardano dei tassi Usa

Un euro debole aiuta gli esportatori Ue ma turbolenze non escluse

Federal Reserve, le 4 cose che ci riguardano dei tassi Usa

New York, 15 dic. (askanews) - Un rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve potrebbe essere una buona ma anche una cattiva notizia per l'economia dell'Eurozona. E, alla vigilia della attesissima decisione da parte della banca centrale statunitense ci sono almeno quattro incognite da considerare.

1) CON RIALZO TASSI USA LA SPINTA A EXPORT UE NON E' GARANTITA

La prima stretta monetaria dal 2006 da parte della banca centrale americana potrebbe avere effetti positivi sull'altra sponda dell'Atlantico perché destinata - almeno nel lungo termine - a rafforzare il dollaro contro l'euro. Ciò significa che un indebolimento della moneta unica aiuterebbe gli esportatori dell'Area Euro. La performance del biglietto verde va però messa a confronto anche con quella delle valute di Paesi emergenti: se la divisa Usa si rafforzerà troppo rispetto a quelle asiatiche, ciò potrebbe avere un impatto negativo per i Paesi europei che esportano in quelle nazioni.

Ma l'ipotetico primo passo verso la normalizzazione della politica monetaria dell'istituto guidato da Janet Yellen potrebbe danneggiare la ripresa dell'economia del Vecchio Continente se quel primo passo farà scattare una nuova turbolenza nei mercati finanziari globali. Perché se è vero che nel prendere le sue decisioni la Fed guarda soprattutto all'andamento del motore degli Stati Uniti, quelle decisioni avranno un effetto che va ben oltre i risparmiatori e le aziende americane. Questi ultimi dovranno fare i conti nel tempo con tassi di interesse in rialzo per il finanziamento dell'auto, per i mutui e per il debito contratto con carte di credito.

2) I TONI DELLA PRESIDENTE YELLEN CONVINCERANNO IL MERCATO?

Certo, un rialzo dei tassi di un quarto di punto percentuale è pressoché psicologico visto che il costo del denaro (dal dicembre 2008 allo 0-0,25%) rimarrebbe vicino a minimi storici. Ma se nel giugno 2006, quando i tassi furono alzati per l'ultima volta, i mercati reagiro bene alla stretta, non è affatto detto che mercoledì ci sia la stessa risposta. Il quadro è diverso così come lo è il peso che verrà dato ai toni del comunicato della Fed e poi delle parole di Yellen in conferenza stampa. La speranza è che siano "dovish", da colomba. Nove anni fa il tasso di disoccupazione era leggermente migliore di quello attuale (pari al 5%) e l'inflazione era quasi il doppio rispetto al target del 2% fissato dalla Fed stessa mentre ora è sotto l'1%. Non a caso c'è chi cita proprio un'inflazione americana al palo come motivo per aspettare a tirare i remi in barca.

Se i toni della Fed deluderanno e se il ritmo dei futuri rialzi dei tassi verrà giudicato troppo rapido, la volatilità sui mercati è garantita e l'Eurozona ne subirà il colpo così come i mercati emergenti.

3) E SE LA FED NON TOCCASSE I TASSI? IL RISCHIO-PANICO

Quella volatilità si trasformerebbe in panico se la banca centrale Usa dovesse sorprendere (come aveva fatto a settembre) lasciando invariato il costo del denaro. Un nulla di fatto significherebbe che la Fed è più preoccupata di quanto il mercato si aspettasse. Ma un nulla di fatto porterebbe a una crisi di credibilità nella Fed, che ha fatto di tutto per comunicare che una stretta a dicembre era probabile.

Quella crisi, "farebbe scattare un'avversione al rischio che nemmeno Draghi potrebbe arginare", ci ha detto un trader facendo riferimento al governatore della Banca centrale europea, che il tre dicembre scorso ha annunciato nuove misure di stimolo ampliando la portata del piano di allentamento monetario lanciato lo scorso marzo. Quelle misure delusero il mercato, facendo scattare un rally dell'euro. Il giorno successivo, da New York, lo stesso Draghi ammise che il successo della politica monetaria in Europa sul fronte della stabilità dei prezzi "non è ancora stato raggiunto" ma il "rischio deflazione nell'Area euro non è sul tavolo". Il governatore tranquillizzò i mercati dicendo che "siamo ovviamente pronti in qualsiasi momento ad adeguare l'insieme degli strumenti per garantire il ritorno dell'inflazione al nostro obiettivo [sotto ma vicino al 2%] senza inutili ritardi".

4) LO "SGANCIAMENTO" DA ROTTA BCE E LE MOSSE DEGLI ALTRI PAESI

Mentre la Fed stringe la cinghia, la Bce diventa dunque più accomodante creando una divergenza che resta monitorata. E se la stretta della Fed è storicamente seguita da quella della Bank of England (attesa l'anno prossimo), molte altre banche centrali potrebbero aumentare la liquidità che immettono nei mercati attraverso le loro misure di stimolo. Bce a parte, la Bank of Japan potrebbe fare di più per riportare l'inflazione a un livello opportuno. In Cina, l'istituto centrale potrebbe tagliare ulteriormente i tassi per stimolare la crescita. Cosa faranno le banche centrali in Africa, Asia e America Latina resta da vedere: potrebbero ridurre il costo del denaro per sostenere le loro economie ma potrebbero anche aumentarlo per dissuadere gli investitori dall'optare per una fuga di capitali. Azioni e reazioni che implicitamente dipendono proprio dalla Fed, impegnata a gestire nel migliore modo possibile una transizione storica.

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