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pubblicato il 12/set/2014 13:25

Eni: al vaglio pm accordi per tangenti a intermediari e manager italiani

(ASCA) - Milano, 12 set 2014 - Gli accordi siglati lungo l'asse Italia-Nigeria per far arrivare tangenti a intermediari e manager italiani. E' soprattutto su questo che si stanno concentrando i riflettori dei pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, titolari del filone di inchiesta sulla presunta maxi corruzione internazionale di Eni in Nigeria. I magistrati milanesi sono convinti che ci fossero circa 200 milioni di euro destinati a soggetti di nazionalita' italiana (non solo gli intermediari come Luigi Bisignani e Gianluca Di Nardo, ma anche manager Eni) e che soltanto la loro decisione di mettere sotto sequestro quella somma (110 milioni a luglio e 83 nei giorni scorsi) abbia impedito a questo fiume di denaro di arrivare a destinazione. L'inchiesta, partita dalle indagini napoletane sulla P4, ha subi'to una brusca accelerazione i primi giorni di settembre, con l'iscrizione nel registro degli indagati di Claudio Descalzi, nominato dal governo Renzi amministratore delegato di Eni, e del suo predecessore Paolo Scaroni.

Accusati di corruzione internazionale in relazione all'acquisto, da parte del gruppo del cane a 6 zampe, della concessione Opl-245 per l'esplorazione petrolifera di un tratto di costa al largo delle coste nigeriane. Operazione perfezionata nel 2011 e costata alle casse del gruppo energetico 1 miliardo e 92 milioni di dollari, somma bonificata su un conto londinese intestato governo nigeriano per poi essere, pochi giorni dopo, interamente girata alla Malubu, societa' privata intestata a prestanome ma in realta' controllata dall'ex ministro del petrolio nigeriano Dan Etete. Di questo miliardo - e questo, a quanto pare, e' uno dei punti fermi dell'inchiesta - 800 milioni erano destinati a funzionari e politici nigeriani (il solo ex ministro Etete si sarebbe messo in tasca 523 milioni), mentre i restanti 200 milioni dovevano arrivare in Italia. A chi? In che percentuale? Erano soldi destinati solo a intermediari come Bisignani e Di Nardo oppure una fetta doveva toccare anche ai manager Eni finiti sotto indagine, Descalzi, Scaroni e il capo della divisione Esplorazioni Roberto Casula? Saranno le indagini a chiarirlo. L'unica certezza - sottolineano in ambienti giudiziari milanesi - e' che nessuno di loro alla fine e' riuscito a mettersi un soldo in tasca. Merito della mossa preventiva della Procura di Milano che ha chiesto e ottenuto il sequestro di quei 200 milioni. Ma per essere accusati di corruzione non bisogna necessariamente essersi messi in tasca una mazzetta: basta aver trovato un accordo su come spartirsi soldi. E l'accordo - questa la convinzione dei magistrati milanesi - in questo caso c'e' stato. fcz/cam

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