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pubblicato il 17/ago/2013 11:37

Crisi: Cgia, l'imprenditoria cinese in Italia non la sente

Crisi: Cgia, l'imprenditoria cinese in Italia non la sente

(ASCA) - Roma, 17 ago - Nonostante la difficile situazione economica continua a crescere l'imprenditoria cinese presente in Italia. Nel 2012 ha superato le 62.200 unita': +34,7% rispetto all'inizio della crisi (2008) e +6,9% se il confronto e' realizzato con il 2011. Lo rileva la Cgia di Mestre. I settori maggiormente interessati dalla presenza degli imprenditori provenienti dall' ''impero celeste'' sono il commercio, con quasi 23.500 attivita' (con un buon numero di imprese concentrate tra i venditori ambulanti), il manifatturiero, con poco piu' di 17.650 imprese (quasi tutte riconducibili al tessile-abbigliamento e calzature) e la ristorazione-alberghi e bar, con oltre 12.500 attivita'. Ancora contenuta, ma con un trend di crescita molto importante, e' la presenza di imprenditori cinesi nel settore dei servizi alla persona, ovvero tra i parrucchieri, le estetiste e i centri massaggi: il numero totale e' di poco superiore alle 2.500 unita', ma tra il 2011 ed il 2012 l'aumento e' stato esponenziale: +38,8%. In crescita anche il numero delle rimesse: secondo la Cgia nel 2012 sono stati 2,67 i miliardi di euro che gli immigrati cinesi residenti in Italia hanno inviato in patria. Negli ultimi 5 anni l'ammontare complessivo e' stato pari a 10,54 miliardi (+73,4% la variazione intercorsa tra il 2008 ed il 2012). La Lombardia, con 13.000 attivita', e' la regione piu' popolata da aziende guidate da imprenditoriali cinesi: seguono la Toscana, con 11. 350 imprese; il Veneto, con quasi 7.500 e l'Emilia Romagna, con 6.460. ''In passato - commenta il Segretario Giuseppe Bortolussi - le attivita' guidate da cinesi si concentravano nella ristorazione, nella pelletteria e nella produzione e vendita di cravatte. Successivamente le loro iniziative imprenditoriali si sono estese anche all'abbigliamento, alla calzatura, ai giocattoli, all'oggettistica, alla conduzione di pubblici esercizi e, da ultimo, alla gestione delle attivita' di acconciatura''. Dalla Cgia fanno notare che storicamente i cinesi hanno sempre dimostrato una spiccata propensione imprenditoriale, soprattutto commerciale, e una forte inclinazione verso l'affermazione economica e sociale. Nonostante questi aspetti positivi non mancano i problemi. ''Innanzitutto - prosegue Bortolussi - e' una comunita' poco integrata con la nostra societa', anche perche' molti cinesi non parlano la nostra lingua. Buona parte di queste attivita', soprattutto nel ''pronto moda'', si sono affermate eludendo gli obblighi fiscali/contributivi e aggirando le norme in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro. La stessa cosa sta accadendo nel settore dell'acconciatura e dell'estetica: dai controlli effettuati dalle forze dell'ordine emergono quasi sempre palesi violazioni alle norme igienico-sanitarie , infrazioni tributarie, amministrative e penali. Queste inadempienze consentono a questi negozi di praticare alla clientela dei prezzi bassissimi che stanno mettendo fuori mercato moltissime attivita' italiane che non possono reggere una concorrenza sleale cosi' smaccata''. ''Tuttavia, e' giusto sottolineare - conclude Bortolussi - che anche gli imprenditori italiani non sono immuni da responsabilita'. Nel produttivo, ad esempio, in piu' di un'occasione si e' scoperto che coloro che fornivano il lavoro ai laboratori cinesi erano committenti italiani che facevano realizzare parti di lavorazioni a prezzi fuori mercato. Se queste produzioni fossero state commissionate ad aziende italiane, certamente molti committenti avrebbero guadagnato di meno, ma in compenso i nostri distretti industriali non avrebbero subito la diffusione incontrollata di migliaia e migliaia di aziende condotte da cinesi''. com-rba/mau

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