giovedì 19 gennaio | 16:50
pubblicato il 29/gen/2014 12:05

Crisi: Abi-Censis, non solo banche per la ripresa. Fisco troppo alto

Crisi: Abi-Censis, non solo banche per la ripresa. Fisco troppo alto

(ASCA) - Roma, 29 gen 2014 - L'elevato livello della pressione fiscale non e' compatibile con la crescita.Non possono essere solo le banche a muovere la ripresa. ''La recessione e' talmente pervasiva che ormai la contrazione del livello degli impieghi e' il frutto non di politiche volontarie di razionamento del credito per motivi cautelativi, ma per una sorta di vuoto di domanda di credito''. I numeri della crisi sono quelli rilevati da una indagine Abi-Censis, nella quale si sottolinea che ''la propensione al risparmio, che circa dieci anni fa si attestava su livelli intorno al 15%, nel 2012 ha registrato l'8%, per poi ritornare a meta' del 2013 al 9%. Il livello complessivo della spesa per consumi nel 2012 e' il piu' basso dal 2000. Il valore della produzione industriale nel 2012 (pari a 209,7 miliardi di euro) si attesta a livelli ben piu' contenuti del 2000 (233 miliardi euro a valori costanti), il valore aggiunto dell'industria si e' ridotto del 10% negli ultimi 12 anni e il tessuto produttivo si ritrova con circa 84.000 imprese in meno nel 2013 rispetto al 2009 (33.000 imprese in meno nel solo manifatturiero)''. Il lavoro, dal titolo 'Territorio, banca, sviluppo', e' molto articolato e si basa proprio sull'analisi del territorio, mentre mette in luce l'assenza di un piano industriale, nel tentativo di guardare oltre la crisi.Ce n'e' abbastanza - si legge nel documento - per comprendere, che l'economia, nella sua complessita', appare se non in declino, quanto meno in transizione. In questo scenario, ''il sistema d'impresa necessita di piu' liquidita', ma il settore bancario deve agire secondo criteri di prudenza e cautela, spesso innescando necessari meccanismi di razionamento del credito''. Nello stesso tempo ''i divari di sviluppo si allargano''. Per Abi-Censis sono necessari ''interventi chiari, sostenibili, stabili, praticabili di politica economica, capaci di fare fronte o di sanare i fattori di rischio che possono ulteriormente aggravare la situazione (sul fronte del mercato del lavoro, sul fronte di un'elevata pressione fiscale incompatibile con la fase di recessione che il paese sta attraversando, sul fronte del sostegno all'innovazione, su quello del divario di sviluppo tra territori)''. ''Il settore bancario - si legge ancora nel documento - non puo' essere ne' il solo ne' il primo attore, nei singoli territori, a guidare un percorso di ripresa o di riposizionamento di cui il paese necessita. Questa visione dello sviluppo incentrata in modo quasi esclusivo sulla banca, risulta oggettivamente fuorviante, perche' attualmente non e' di ''piu' banca'' che i territori hanno bisogno, ne' al Nord e tanto meno al Sud ma di politiche economiche organiche e chiare in grado di rafforzare i fondamentali del paese''. Occorre - per Abi-Censis - ''una definita politica industriale che indichi i settori strategici su cui il paese intende investire le risorse pubbliche (l'ultimo documento di orientamento, Industria 2015, risale ai primi anni 2000) e le azioni di sostegno all'export. I limitati risultati delle riforme del mercato del lavoro, i notevoli problemi generati dalla riforma del sistema pensionistico, la mancata crescita dei redditi ed il forte ridimensionamento della capacita' di spesa delle famiglie sono la prova della complessita' dei problemi da affrontare e, nello stesso tempo, la dimostrazione che il paese necessita di policy organiche che possono essere solo di competenza di chi e' chiamato ad esercitare l'azione di governo e non di altri attori del sistema economico''. ram

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