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pubblicato il 24/giu/2016 19:22

Ciclone Brexit devasta Borse periferia eurozona e affonda sterlina

La valuta Gb ai minimi dal 1985, ma Londra contiene calo a -3,15%

Ciclone Brexit devasta Borse periferia eurozona e affonda sterlina

Roma, 24 giu. (askanews) - Carneficina, bagno di sangue, ecatombe. C'è solo l'imbarazzo della scelta per descrivere la drammatica seduta dei mercati seguita al voto a favore della Brexit. Un esito doppiamente dirompente perché ha preso completamente in contropiede gli operatori, che fino a giovedì notte avevano effettuato i loro posizionamenti sulla base delle indicazioni che erano giunte da alcuni sondaggi, e che si sono rivelate totalmente sbagliate. I voti per uscire dall'Ue hanno prevalso ampiamente e il primo contraccolpo ha investito il mercato dei cambi, dove la sterlina, che era salita fin sopra 1,50 sul dollaro, sui massimi da sei mesi, ha bruscamente virato accusando il peggior crollo della sua storia e finendo ai valori più bassi dal 1985, attorno a 1,32 sul biglietto verde.

Successivamente il british pound ha parzialmente ritracciato, a 1,3709 dollari in serata. Inizialmente, vendite altrettanto drammatiche hanno investito prima i contratti futures sulla Borsa di Londra, poi l'indice Ftse 100 all'apertura, con un immediato meno 7 per cento. Paradossalmente però, con il trascorrere delle ore, proprio la piazza londinese ha finito per ridurre consistentemente le perdite, complice forse anche l'aggiustamento ai cali della sterlina, fino a siglare gli scambi con un meno 3,15 per cento. Una flessione tutto sommato modesta rispetto a quella di altre piazze, tanto più che andava corretto il rialzo dell'1,23 per cento registrato giovedì in base alle suddette attese errate.

La furia dell'orso si è invece abbattuta senza pietà sulla periferia di Eurolandia, bersaglio privilegiato degli allarmismi durante la passata (e non dimenticata) crisi dei debiti pubblici. Milano ha accusato un collasso del 12,48 per cento, il peggior calo mai segnato dall'indice Ftse-Mib, perfino superiore a quello seguito all'11 settembre. Madrid a sua volta ha segnato il crollo peggiore mai visto, meno 12,35 per cento. Ma la maglia nera l'ha ottenuta Atene con un meno 13,42 per cento. Le vendite sono state particolarmente accanite sui titoli bancari con crolli superiori ai 20 punti percentuali.

L'euro a sua volta è stato bersagliato di vendite, crollando sotto 1,11 dollari laddove ieri era salito fin sopra 1,14. In serata ritraccia a 1,1122. Non è andata molto meglio alla Borsa di Parigi, meno 8,04 per cento, e a quella di Francoforte, meno 6,82 per cento. E in serata l'effetto domino prosegue a Wall Street, dove l'indice Dow Jones cede il 2,75 per cento e il Nasdaq cade del 3,49 per cento. Forti vendite anche sul petrolio, con il Brent sotto 49 dollari e il Wti sotto 48 dollari, mentre all'opposto l'oro è schizzato sopra quota 1.300 dollari l'oncia, sui massimi da oltre due anni.

Stessa dinamica su altri beni considerati rifugio, come i Bund della Germania con tassi di nuovo in compressione a livelli sempre più negativi. All'opposto si sono verificate vendite sui Btp italiani, ma non drammatiche, con cui inevitabilmente si è riallargato lo spread: fino a 171 punti poi con una dinamica altalenante a 160 in chiusura, dai 131 punti di ieri.

Tutte gli ingredienti quindi per catalogare la seduta come "venerdì nero" post Brexit. Banca d'Inghilterra, Bce e le altre maggiori Banche centrali mondiali sono scese in campo per rassicurare sul funzionamento dei mercati, mentre a livello di G7 delle Finanze si è svolta una riunione di emergenza per teleconferenza. In realtà, al di là degli aggiustamenti dei listini, guardando al medio e lungo periodo gli interrogativi riguardano eventuali rischi di contagio o emulazione della Brexit. E se con questo colpo terribile l'Unione europea riuscirà o meno a sopravvivere coesa.

Anche perché l'effetto Brexit minaccia di protrarsi per un periodo indefinito. Perché se da un lato le autorità europee hanno subito esortato la Gran Bretagna a non indugiare, ed avviare la procedura negoziale di uscita, da Londra i segnali tutto indicano fuorché la fretta. Le regole Ue prevedono che solo il Paese che vuole uscire abbia, unilateralmente, la facoltà di avviare la procedura, che prevede almeno due anni di negoziati. Fino ad allora, formalmente non cambia nulla. E se Londra volesse fare leva su questo cavillo per mettere sotto pressione l'Ue il gioco potrebbe farsi aspro.

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