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pubblicato il 27/ott/2014 17:31

Brasile, mercati finanziari bocciano la vittoria della Rousseff

Crolla la borsa, il real sotto pressione, balzo dei tassi

Brasile, mercati finanziari bocciano la vittoria della Rousseff

Roma, 27 ott. (askanews) - I mercati finanziari non votano ma il giudizio sul ballottaggio alle presidenziali in Brasile è netto e senza appello. Gli investitori bocciano il secondo mandato a Diilma Rousseff. L'indice Bovespa della borsa di San Paolo è in picchiata con un -6,50% in apertura. Il real ha perso il 3% scivolando ai minimi da tre anni. Il rendimento dei titoli di Stato decennali si è impennato sfiorando il 12%.

L'allergia degli investitori per il Brasile è ancor più evidente guardando il mercato degli Etf legati al paese. Gli Exchange traded fund sono infatti strumenti che consentono di prendere posizione in tempo reale sul mercato target con una sola operazione di acquisto. L'Etf Ubs Brazil lascia sul terreno il 10,55%, il Lyxor Ucits e il Deutsche Bank X-Trackers Brazil perdono oltre l'8%.

Fino all'ultimo i mercati speravano in una rimonta di Aecio Neves. Il 34% conquistato a sorpresa al primo turno aveva provocato un balzo della borsa brasiliana del 5%. Almeno in una prospettiva di breve e medio termine Neves sembrava promettere una correzione all'economia brasiliana che presenta indicatori che non sono da economia emergente.

Il quadro è piuttosto triste. Da due trimestri il pil registra variazioni negative, l'inflazione è tornata ai massimi dal 2011 e con un tasso che sfiora il 7% è superiore di 200 punti base al target fissato dalla banca centrale del 4,90%. Il rialzo dei tassi di interesse deciso a settembre dall'istituto di emissione non ha prodotto gli effetti sperati. Anzi la banca centrale il mese scorso ha rivisto al ribasso le già anemiche prospettive di crescita abbassando la rescita del Pil 2014 dall'1,6% allo 0,7%. In tutto il Centro e Sud America solo Argentina e Venezuela mostrano tendenziali di crescita peggiori. Solo l'anno scorso il Pil era salito a un tasso del 3,5%.

Il livello del debito pubblico è al 60%, la bilancia dei pagamenti accumula disavanzi, il livello di spesa pubblica e il carico fiscale è più da paese con economia matura che da club dei Brics. L'economia brasiliana somiglia molto più a quella del Portogallo che a quella del Perù.

Diversi analisti da tempo sollecitano il Brasile a tornare alla filosofia del presidente Cardoso a metà anni novanta, ancorata ad abbattare l'inflazione. La crescita robusta negli anni 2000 ha beneficiato in parte di contenute aspettative inflazionistiche ma soprattutto di fattori esterni, in primo luogo il boom delle quotazioni delle materie prime. L'impennata dei prezzi delle principali commodities, dai metalli all'agricoltura, è stato il propellente della crescita del Brasile ma anche la crisi finanziaria del 2008 nel mondo occidentale ha contribuito a far affluire montagne di liquidità nel paese presieduto da Lula.

Le misure di Lula coma Bolsa Failia hanno aiutato lo sviluppo di una middle class che ha contribuito a sostenere il forte aumento dei consumi. Il contesto tuttavia è cambiato radicalmente negli ultimi due anni. L'economia brasiliana si è deteriorata, il real soffre e ogni deprezzamento del 10% aggiuge 10 punti base al tasso di inflazione per effetto dello squilibrio nella bilancia commerciale.

Un piano di riforme profonde non sembra rinviabile a leggere la reazione dei mercati finanziari che sono pessimisti sulla capacità della Rousseff di mettere ordine nella spesa pubblica che ammonta al 41% del Pil mentre le entrate fiscali arrivano al 36%. Si sta esaurendo anche la fonte delle entrate straordinarie, come i 6,2 miliardi di dollari incassati un anno fa per la vendita dei diritti delc ampo petrolifero di Libra.

Inoltre nel corso della campagna elettorale la Rousseff è tornata alla carica per metter fine all'indipendenza della banca centrale ed ha scommesso su un rinnovato programma di infrastrutture. Difficile però immaginare che sia sufficiente a rimettere il Brasile sul sentiero della crescita.

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