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pubblicato il 29/lug/2015 19:06

Borse Cina rimbalzano, ma analisti e trader vedono sempre nero

Si temono altre cadute, l'unico compratore su piazza è lo Stato

Borse Cina rimbalzano, ma analisti e trader vedono sempre nero

Roma, 29 lug. (askanews) - Un parziale rimbalzo delle Borse della Cina, partito in prossimità del finale di seduta e che ha visto chiudere Shanghai al più 3,47 per cento e Shenzhen al più 4,05 per cento, ha interrotto una nuova serie di crolli che si era protratta per tre sedute consecutive. Ma molti analisti mantengono un atteggiamento molto scettico, se non apertamente pessimista sulle prospettive dell'azionario del Dragone, a dispetto delle massicce misure messe in campo dalle autorità per cercare di fermare la fuga degli investitori.

"Direi che è molto improbabile assistere ora ad un rimbalzo significativo", ha avvertito Zhang Gang della Central China Securities, che pronostica una discesa dell'indice generale di Shanghai fino a 3.200 punti, rispetto ai 3.790 attuali. La stima su un "pavimento" a 3.200 punti è condivisa anche dallo statunitense Tom DeMark, ma appunto bisogna arrivarci e l'analista ritiene che potrebbe accadere piuttosto rapidamente, con una caduta analoga a quella del crack di Wall Street nel 1929.

La direttrice del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, eletta anche con il contributo della Cina ad una carica a cui ora vuole essere riconfermata, oggi ha tentato di rassicurare. L'economia cinese "è abbastanza forte", ha detto, da reggere alla turbolenza delle Borse.

Il problema è che questo genere di rassicurazioni sembra cadere nel vuoto, quando inutili si rivelano perfino i massicci e concreti provvedimenti messi in campo da Pechino, con pesantissime restrizioni sulle vendite ai grandi azionisti combinate e sospensioni dagli scambi e interventi ingenti di acquisto diretto di titoli. Il problema è che sui mercati serpeggia il timore che prima o poi lo Stato sarà inevitabilmente costretto a rimuovere queste impalcature. "Non ci sarà altra scelta se non ridurre l'interventismo - dice Steve Yang di Ubs, citato da Bloomberg - anche se le autorità non usciranno in modo avventato, è questo che il mercato teme".

Difficile fermare il panico in un ambiente composto da decine di milioni di piccoli investitori, spesso improvvisati e altrettanto spesso del tutto "scoperti" ai rischi che correvano, perché operavano "a margine", acquistando azioni con fondi presi a prestito. E così ora virtualmente insolventi verso i rispettivi creditori. Chi non è già in questa situazione si guarda bene dal finirci.

"Cercano tutti di scappare, perché mai dovrei restare sul mercato?", spiega Gu Luxian, ex impiegato di banca citato da France Presse, trasformatosi trader dopo essersi licenziato. Aveva cavalcato l'impennata dei listini, che aveva portato la Piazza di Shanghai a guadagnare il 150 per cento in poco più di un anno. Ma appunto in buona misura con acquisti basati sull'indebitamento, che sono una trappola altamente rischiosa. Perché se il vento cambia rischia di innescarsi una reazione a catena. Il tarder è ben più pessimista degli analisti, ritiene che Shanghai crollerà fino a 2.800 punti, oltre il 26 per cento in meno rispetto al livello attuale. "Solo allora ricomincerò a comprare azioni".

In assenza di compratori veri c'è lo Stato. Il punto è con quanto, e per quanto ancora. In realtà a livello quantitativo l'enorme ricchezza accumulata dalla Cina negli anni passati, che si riflette anche nelle più grandi riserve in valuta estera più grandi al mondo, assicura a Pechino ampi margini di intervento sul mercato azionario. Ovviamente operando in questo modo, parallelamente ai divieti imposti, di fatto si può contestate che esista più un mercato vero e proprio. E quindi si arriva alla questione più rilevante, il quanto a lungo lo Stato cinese manterrà il supporto allestito.

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