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Venerdì 6 marzo 2020 - 15:39

Donne, Pangea: diritti, povertà, femminicidi…quello che l’Italia non dice

La vicepresidente Lanzoni parla del rapporto ombra rimandato causa coronavirus
Donne, Pangea: diritti, povertà, femminicidi…quello che l’Italia non dice

Roma, 6 mar. (askanews) – “Dobbiamo organizzarci e lottare per concretizzare di fatto quanto abbiamo e raggiungere quel che ancora non abbiamo! Essere rispettate dai media, nei social, una parità salariale garantita realmente, una pensione uguale agli uomini, asili nido gratis..! Vogliamo essere credute nei tribunali quando denunciamo la violenza su di noi e sui nostri figli. E vogliamo politiche per sostenere le nostre sorelle ad uscire dalla tratta, vogliamo il rispetto in politica e in famiglia, qualunque essa sia”. Così Simona Lanzoni, vice presidente di Fondazione Pangea, dopo aver appreso che la Commissione sullo stato di avanzamento delle Nazioni Unite (che aveva chiamato a New York i governi a verificare lo stato della situazione globale e che doveva aprire i battenti domani) ha visto cancellare la maggior parte degli eventi e delle conferenze previsti a partire da lunedì 9 marzo a causa del Coronavirus.

“Anche NY è stata rimandata per il Coronavirus..sembra quasi che questo ‘attacco ai nostri diritti’ sia una specie di macchina del tempo e stiamo tutte e tutti vivendo un film tipo ‘ritorno al futuro’ per proiettarci nel passato. Non siamo nate con i diritti. Sono stati conquistati uno ad uno, e per ogni diritto abbiamo avuto tante storie di donne che ne hanno vissuto il rovescio. Ci sono voluti millenni per conquistarli. Oggi ne abbiamo alcuni importantissimi ma non possiamo far finta che siano applicati. Molto spesso sono solo sulla carta. Ecco perché dobbiamo rilanciare, vogliamo proporre dei tavoli di confronto con le istituzioni, con il dipartimento pari opportunità come anche con tutti gli altri ministeri, Salute, Interno, Esteri, Lavoro, Ambiente”, sottolinea Lanzoni.

Pangea, insieme a circa una cinquantina di Ong tra cui Wilpf, Udi, Be free, Casa Internazionale delle Donne, A Sud, Giraffah, GIULIA, FMWJ e tante altre associazioni anche nella rete REAMA-rete per l’empowerment e l’auto mutuo aiuto, avrebbe dovuto presentare un rapporto ombra, ovvero alternativo a quello ufficiale, sulla condizione femminile in Italia, che sarà a questo punto presentato nelle prossime settimane. E che mette in risalto quello che il governo “non dice”, gli aspetti con “risvolti davvero preoccupanti e totalmente sottovalutati” e anche “qualche luce”.

“Nel rapporto governativo presentato alle Nazioni Unite non si legge che, a causa di scelte di legge fatte nel 2018 che hanno alleggerito la disciplina sull’acquisizione e l’uso di armi da fuoco in Italia, potrebbero esserci maggiori femminicidi per possesso di armi da fuoco in futuro”. Non si trova, prosegue Lanzoni, che “rispetto a salute e ambiente, sono molti e diversi gli impatti sulla salute femminile, riproduttiva e neonatale dovuti all’esposizione a contaminanti ambientali. A Taranto, tra le città più inquinate d’Europa, l’incidenza di tumori al collo dell’utero è dell’80% superiore rispetto alla media regionale di riferimento. Per esempio si contrasta attraverso l’obiezione di coscienza l’interruzione di gravidanza ma quello che non si dice è che si calcola che l’abortività spontanea correlata all’inquinamento atmosferico nel sud Italia aumenta del 19,7% per ogni 10 µg al m3 di PM10 e del 33,6% per la stessa quantità di ozono”.

E ancora, nel rapporto governativo mancano “notizie sulla povertà femminile collegata al tema lavoro e famiglia; che il numero dei consultori familiari attivi sul territorio è quasi la metà in rapporto ai bisogni della popolazione, con una differenza marcata tra Regioni; che i consultori attivi sono affetti da frequente indisponibilità di risorse dedicate e carenza di organico e che l’offerta gratuita di contraccettivi è garantita solo dal 25% dei consultori e meno della metà dei servizi offre interventi di educazione all’affettività e promozione della salute nelle scuole”.

Per non parlare, prosegue la vicepresidente di Pangea, del sistema educativo: “tra il 2015 e il 2020 vi sono stati due tentativi di inserire in Italia interventi formativi relativi alla parità e le differenze di genere, sull’omofobia e il bullismo. Di fatto ad oggi nessuna neo-riorganizzazione del sistema dell’istruzione ha ancora modificato programmi e progetti pedagogici a livello nazionale”.

In Italia, sulla comunicazione e gli stereotipi di genere, “l’odio corre sul web e il target preferito sono le donne: inquientante il dato ormai consolidato: i picchi di hate speech contro le donne si verificano in concomitanza con le notizie sui femminicidi”. E riguardo al revenge porn, “la diffusione on line non consensuale di video o foto che ritraggono le donne in momenti intimi, a scopo ricattatorio o di vendetta certifica che il 90% delle vittime sono donne”.

Sul tema donne migranti richiedenti asilo e rifugiate, “i decreti sicurezza stanno dando vita ad un’industria della fragilità che si lega a quella delle migrazioni, spesso nelle mani di trafficanti e mafiosi residenti in Italia e nei Paesi d’origine o di transito di flussi migratori, oltre ad aumentare lo sfruttamento sessuale e lavorativo. I decreti sicurezza non fanno che peggiorare la situazione innescando una bomba ad orologeria con scoppio ritardato sotto ogni punto di vista”.

In uno scenario da cui Pangea e le altre associazioni impegnate sul campo vogliono ripartire per rilanciare la sfida dei diritti, qualche luce si può registrare. “Ci sono passi in avanti – precisa Lanzoni – non possiamo dire che tutto sia peggiorato, in generale negli ultimi anni ci sono stati passi in avanti anche rispetto a problematiche che avevamo rilevato in rapporti ombra passati, quindi un minimo ascolto c’è nel mondo della politica”.

Un segnale importante di questo ultimo decennio, spiega, è “la presenza femminile in ambiti decisionali come ad esempio aver avuto più ministre anche in settori chiave importanti, tradizionalmente maschili. Un altro settore che è emerso è la lotta al contrasto alla violenza sulle donne. Dal 2015 sono diversi gli atti che iniziano a dare forma al contrasto alla violenza come più finanziamenti e una legge a protezione degli orfani di femminicidio anche se difficile da attuare, il Piano strategico antiviolenza nel 2017. Insomma abbiamo molte cose ma la loro applicazione è un altro paio di maniche”.

Questo “è particolarmente visibile in ambito giudiziario” dove, afferma il rapporto di monitoraggio Grevio del Consiglio d’Europa sull’applicazione della convenzione di Istanbul in Italia nei tribunali, “di fatto, le disposizioni sembrano essere raramente utilizzate per proteggere i bambini che hanno assistito a violenze contro le loro madri, anche nei casi in cui la violenza ha portato alla condanna e/o ad altre misure, compresi gli ordini di protezione, contro l’autore del reato”.

“Una interlocuzione esiste sia in ambito parlamentare che governativo ma vorremmo che migliorasse perchè al momento non è frutto di una agenda su cui ci siamo confrontate, una agenda comune. Ci sono incontri sporadici, intermittenti, che spesso tutte subiamo a senso unico. Quel che è successo negli ultimi anni, dai movimenti antigender nelle scuole, al dibattito pubblico sulla “famiglia naturale ” o le 4 proposte di legge simili che riferiscono alla proposta Pillon, dimostrano che è necessario oggi più che mai creare una alleanza tra istituzioni democratiche e movimenti e associazioni delle donne che praticano e promuovono le pari opportunità, i diritti umani e il contrasto alle discriminazioni e le violenze di genere sulle donne. Davanti a questo attacco – conclude Lanzoni – si deve creare una alleanza, sedersi intorno ad un tavolo e confrontarsi seriamente ora piu che mai per non arretrare a partire da questi rapporti che sono frutto di esperienza, analisi e lavoro concreto giornaliero di tante donne della società civile”.

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