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Martedì 5 luglio 2016 - 19:42

Mps, un “Monte” di incertezze dietro il crollo del titolo

Vale meno della ben più piccola Banca Popolare di Sondrio
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Roma, 5 lug. (askanews) – Il Monte dei Paschi di Siena? Oggi la Borsa ha detto che vale quasi il 30% in meno della Banca Popolare di Sondrio: 770 milioni di euro contro 974 milioni dei lombardi.

A Sondrio gestiscono attività per 36 miliardi di euro, i senesi 173 miliardi. I primi però hanno 4,3 miliardi di sofferenze lorde su 26 miliardi di crediti totali, per i secondi le sofferenze viaggiano a quota 44 miliardi su 113 miliardi di crediti totali.

Fatti i conti della serva, a Sondrio per ogni 100 euro che prestano rischiano di perderne 16. A Siena su ogni 100 euro prestati rischiano di perderne 40. Per questo motivo una banca con appena 330 filiali vale ora il 30% in più di un “colosso” con oltre 2 mila filiali.

In parole povere, il Monte dei Paschi, nonostante un business plan che ha portato l’utile della gestione caratteristica da “non pervenuto” a +1,3 miliardi, soffre di una generalizzata diffidenza da parte degli investitori, soprattutto quelli di lungo termine.

La ragione è semplice: quello che Mps guadagna con interesse, commissioni e trading, gli viene mangiato dalle perdite sui crediti. Non è una banca “zombie”, cinque milioni di clienti, fa credito, nel primo trimestre ha aumentato l’attivo dopo tre anni di downsizing, il semestre si annuncia buono, ma si tratta di una banca costretta a un pericoloso “surplace”, soprattutto nel caso in una evoluzione sfavorevole del ciclo economico.

E certamente, non è l’unica, rappresenta un tipico caso dove il costo del capitale, cioè il rendimento atteso in base al profilo di rischio del Monte, circa l’11%, è ampiamente inferiore al rendimento effettivo sul capitale, al momento sostanzialmente nullo.

Guardando la situazione da questo punto di vista, Mps rappresenta la tipica banca in vendita dove, per piazzarla, rischi di dover pagare il compratore. D’altra l’ avviamento negativo, cioè con un valore di Borsa circa 10-11 volte inferiore al proprio patrimonio netto, traduce perfettamente questo rischio.

Se i crediti deteriorati sono il tallone d’Achille del Monte, la richiesta della Bce di procedere a una loro significativa riduzione entro il 2018 ha acceso la miccia della speculazione ribassista con il mercato che ha cominciato a scontare la possibilità di un nuovo aumento di capitale, sarebbe il quarto dal 2011, per coprire le perdite derivanti dalla cessione delle sofferenze.

Al capezzale di Mps, secondo le indiscrezioni di stampa, si affollano in molti: il governo in primis, il Tesoro è già al 4%, che potrebbe rafforzare il capitale della banca attraverso la sottoscrizione di bond convertibili computabili a capitale e si attende anche l’intervento del Fondo Atlante, magari irrobustito da altre iniezioni di capitale, che potrebbe comprare e cartolarizzare parte delle sofferenze “junior” del Monte, alleggerendo bilancio e gli assorbimenti di capitale.

Un intervento che, secondo molti osservatori, potrebbe arrivare a ridosso della pubblicazione dei risultati degli stress test dell’Eba sulle banche europee nel caso Mps non dovesse superare la prova. D’altra parte la banca senese, oramai solo di adozione, rappresenta il terzo gruppo bancario italiano ha una rilevanza sistemica che potrebbe anche risultare destabilizzante. Dunque se le cose dovessero complicarsi ulteriormente un intervento pubblico, nell’ambito delle regole Ue, potrebbe essere dietro l’angolo.

Curioso che, ancora una volta, le forche caudine del Monte siano rappresentate dall’esito degli stress test, proprio come nell’autunno del 2011, quando la banca senese fu bocciata dall’Eba per un deficit di capitale di 3,1 miliardi, poi ridottosi a poco più di due miliardi grazie ad alcune operazioni di capital management.

Un deficit che veniva da lontano, frutto della resistenza della Fondazione Mps, dominata dagli enti locali a guida Pd, che per due anni, dal 2009 all’inizio del 2011, fecero melina nei confronti dei ripetuti inviti di Bankitalia ad aumentare il capitale, che non era insufficiente ma di bassa qualità a fronte di una regolamentazione che stava cambiando.

Da Siena a Bankitalia arrivò una proposta irricevibile quale quella di fare un aumento di capitale in contanti da 1,3 miliardi, poi si arrivò a 2 miliardi in cash, e di posticipare l’annuncio dell’aumento di capitale a dopo le elezioni del Sindaco di Siena, proposta ovviamente rifiutata da Palazzo Koch.

Alla fine Siena, nel giugno-luglio 2011 fece una ricapitalizzazione complessiva di 3 miliardi di euro, tra contanti e capital management, sempre ossessionata dal controllo politico sulla banca piuttosto che preoccuparsi della sua solidità. Ed infatti, appena tre mesi dopo quell’aumento di capitale, l’Eba scoprì il buco da 3,1 miliardi, questo sì frutto del cambiamento delle regole ma in Toscana erano stati avvertiti da tempo.

Fu l’avvio della discesa, sia per il titolo Mps e sia per Fondazione che controllava la Banca. A fine 1999, dopo la quotazione del 28% del Monte dei Paschi in Borsa, l’ente senese aveva il 78% della banca e altre attività per un patrimonio complessivo superiore ai 10 miliardi di euro. Oggi, dopo l’ennesimo scivolone del titolo in Borsa a 0,2652 euro, il patrimonio dell’ente senese, oggi titolare solo dell’1,49% del Monte, sta scendendo verso quota 400 milioni.

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