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Martedì 24 maggio 2016 - 11:12

Cyber Security, su Blockchain banche “esplorano” la tecnologia

Domenichini (presidente Assobit) elenca punti forza e debolezza
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Roma, 24 mag. (askanews) – “Ci sono due direttrici di sviluppo nel mondo, due tipologie di organizzazioni che stanno facendo ricerche sulla blockchain: da un lato, ci sono le grosse aziende, le banche, le multinazionali e i governi di buona parte del mondo; dall’altro, ci sono le piccole start-up dall’alto contenuto innovativo ma spesso senza grandi risorse economiche.

A dirlo in un’intervista con Cyber Affairs è Gabriele Domenichini, presidente di Assobit, associazione che promuove lo sviluppo della tecnologia blockchain, alla base degli scambi della valuta elettronica Bitcoin ma non solo.

“I due binari citati – sostiene Domenichini – a volte tendono ad unirsi, nel senso che le banche possono investire in startup, ma i due mondi non si parlano molto e stanno esplorando due campi del fenomeno dagli aspetti generalmente diversi. La stessa cosa si sta riflettendo in Italia, con istituti di credito molto grossi che stanno esplorando l’ambito permissioned della tecnologia blockchain, quindi senza la criptovaluta, con operatori ben individuati e che richiedono autorizzazioni per operare o certificare le transazioni e, in questo ambito, Intesa e Unicredit stanno aderendo a un consorzio mondiale di più di 40 banche che si chiama R3CEV. Alcuni grossi istituti stanno anche svolgendo alcuni esperimenti al di fuori di questo consorzio ma la loro sperimentazione su blockchain permissionless (come quella del bitcoin) è al momento residuale e limitata. Dall’altra parte del binario, nelle piccole startup, abbiamo nel nostro paese alcune grandi eccellenze, alcune delle più innovative in tema di wallet bitcoin, smart contracts, eccetera. Alla più importante competizione di startup di Berlino le ditte italiane hanno portato a casa due dei quattro premi a disposizione. La capacità di innovazione delle startup italiana è molto elevata ma in molti casi rimane italiana per poco e si trasferisce in Paesi più favorevoli alle aziende innovative come l’Inghilterra dove è meno costoso aprire una start up, gli adempimenti periodici sono non paragonabili a quelli italiani e dove possono trovare più facilmente i finanziamenti non solo nella fase di “seed” ma anche nelle fasi successive del loro eventuale sviluppo. In Italia inoltre non è consentita l’apertura di una società senza un conto corrente”.

Questa tecnologia, applicabile anche alle transazioni tradizionali e non solo a quelle con Bitcoin, aggiunge Domenichini, ha alcuni punti di forza, ma anche di debolezza. “Il pregio principale su cui punta chi vuole creare un registro con alcune caratteristiche della blockchain del Bitcoin ma senza la criptovaluta è legato al fatto che si condivide un unico registro tra più organizzazioni e che questo è reso crittograficamente immodificabile. Le varie organizzazioni che ci operano sopra, una volta che decidono di scrivervi, non possono poi ripudiare ciò che vi è annotato. In sostanza ciò fa fede tra le parti. L’accordo tra le parti e l’unicità del registro limita la possibilità che possano esserci a posteriori dei contenziosi e accelera i tempi di risoluzione di un eventuale contraddittorio. Inoltre attualmente, nel rapporto di business, le organizzazioni tengono ognuna dei propri registri contabili o altri registri, e nel rapporto con le altre organizzazioni questi registri vanno riconciliati per controllare che i rapporti tra loro avvengano su basi corrette. Questa riconciliazione è un processo abbastanza lungo e anche molto costoso perché può dare origine a storni e revisioni che, fatte a posteriori, possono avere delle conseguenze economiche anche molto rilevanti. Con un registro unico il problema della riconciliazione viene tolto all’origine sia esso di tipo blockchain oppure no.

Dopo la scrittura ci possono essere solo scritture di rettifica, ma c’è comunque un accordo tra le parti e la versione della transazione è unica come lo è il registro.Ogni blocco di transazioni (per quanto riguarda la rete bitcoin e le altre reti che non devono il loro funzionamento alla presenza di un’autorità centralizzata), prosegue poi Domenichini, “è collettivamente firmato da alcuni agenti economici che devono la loro esistenza e i loro ricavi al buon funzionamento della rete che si riflette nella valutazione di mercato della moneta. Moneta nella quale questi agenti economici ricevono i loro ricavi e questo incentivo garantisce agli operatori che la certificazione avvenga sempre in modo corretto e contribuisce al corretto funzionamento della rete.

Per quanto riguarda i punti di debolezza uno dei limiti attuali della blockchain originaria è per Domenichini che “la certificazione delle transazioni avviene attraverso un meccanismo di consensus. Questo consensus, in una rete di computer che non si conoscono tra loro, impiega diversi secondi per realizzarsi, almeno con la tecnologia bitcoin. Ciò fa sì che la rete bitcoin non possa sostenere più di 3-4 transazioni al secondo. Quindi si ha una scalabilità molto bassa. La soluzione per il superamento di questo limite è costituita dal togliere dalla blockchain le transazioni che non devono risiedere su questa individualmente ma in modalità aggregata e dopo un processo di nettificazione. La rete Bitcoin diventa quindi la camera di compensazione periodica e il ‘giudice di ultima istanza’ per le singole negoziazioni tra le parti nel caso una di queste cerchi di comportarsi in modo scorretto nello stesso modo per cui anche nel mondo tradizionale non sempre i contratti stipulati finiscono davanti ad un giudice”.

(Fonte: Cyber Affairs)

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