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Sabato 30 aprile 2016 - 13:58

Pil, Cipolletta: serve più domanda, riforme sì ma non decisive

Intervista sullo stato dell'arte della ripresa economica tricolore
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Roma, 30 apr. (askanews) – Italia da oltre un anno fuori dalla recessione, disoccupazione in calo e qualche rimescolamento nelle componenti della crescita economica, non più sostenuta dal ciclo delle scorte, come nel primo semestre del 2015, ma anche dai consumi interni e in misura molto minore dagli investimenti. Che tipo di ripresa abbiamo di fronte?

“Non si può più parlare di rimbalzo tecnico più corretto parlare di una ripresa ancora lenta dove pesa oltre, a una domanda interna non ancora forte, un contesto internazionale meno dinamico di prima”. Così Innocenzo Cipolletta, economista e presidente di Ubs Italia Sim e dell’Aifi (Associazione Italiana del Private Equity e Venture Capital), fa il punto sullo stato dell’arte dell’economia tricolore, in una intervista ad Askanews.

Si dice che la politica monetaria aiuti, ma il mantra più diffuso, almeno nell’Eurozona, è l’accento sulle riforme strutturali considerate sempre più decisive. E’ d’accordo?

“Se non c’è domanda non si cresce. Non c’è nessun paese che sia ripartito con le riforme strutturali. Si tratta di misure che dispiegano i loro effetti, non sappiamo nemmeno se positivi o negativi, solo nel medio-lungo termine. Certo possono servire a fare meglio, a correggere storture, ma senza la spinta della domanda si va poco lontano. Per esempio guardiamo la Germania: nei primi anni del nuovo millennio ha fatto molte riforme strutturali, ma è ripartita solo grazie alla domanda che arrivava dalla Cina, ora che la Cina frena anche la Germania rallenta, nonostante le riforme”.

In Italia, Spagna e Portogallo il tasso di interesse reale rimane ampiamente positivo, in Germania, ma anche in Francia, è invece a ridosso di zero se non negativo, soprattutto sulla parte lunga della curva dei rendimenti. Ora, una serie di studi, evidenziano come tassi di interesse reali molto alti favoriscano più la tesaurizzazione che gli investimenti, si tratta di un elemento importante?

“Con tassi reali di interessi fortemente positivi gli Stati sono costretti ad adottare politiche di bilancio restrittive, c’e’ meno spazio per manovre espansive di finanza pubblica. Ma è altrettanto vero che con tassi nominali sul debito pubblico così bassi non ci sono problemi di sostenibilità, anche se la spesa per gli interessi drena comunque molte risorse. Il vero problema è che l’Europa doveva fare una politica espansiva fin dal 2010 è invece ha fatto il contrario. Insomma se un paese ha vincoli di finanza pubblica che non gli consentono grandi spazi per manovre espansive, questo dovrebbe essere compensato da manovre di finanza pubblica espansive da parte di quei paesi che invece questo spazio lo hanno”.

Basilea III e regolamentazione bancaria sempre più stringente sull’accesso al credito potrebbero favorire una metamorfosi nel sistema di finanziamento delle imprese italiane, soprattutto di quelle che, pur sane, presentano spesso insufficenti dimensioni sia nella scala e sia nel patrimonio. Insomma passare dal credito bancario a forme di finanziamento assicurate dai fondi di venture capital e di private equity?

“Il 2015 è stato un buon anno per il private equity: sia dal lato del funding e sia dal lato degli investimenti partecipativi nel capitale delle imprese. In Italia gli spazi sono molti per il capitale rischio anche alla luce nella nuova regolamentazione in capo alle banche. Inoltre, nel passato abbiamo avuto un forte drenaggio di capitali verso i titoli di Stato, il mercato era drogato da rendimenti elevatissimi. Oggi non è più così e i rendimenti offerti dal capitale rischio sono più che competitivi. Peraltro anche i titoli di Stato non sono più la sicurezza assoluta. Siamo in un mondo dove non c’è più niente di sicuro. La spinta decisiva per lo sviluppo del private equity al servizio della crescita delle imprese deve arrivare da coloro che raccolgono risparmio come le casse di previdenza, le assicurazioni e i fondi pensione”.

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