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Martedì 16 febbraio 2016 - 18:05

Petrolio, il mercato è scettico su intesa Opec-Russia: barile cala

Il wti ricade sotto i 30 dollari. Iran resiste

Roma, 16 feb. (askanews) – Il fatto che dopo mesi di stallo fossero bastate poche ore per raggiungere un accordo sull’intricata partita dell’offerta di petrolio deve aver fatto scattare dei sospetti. E infatti dopo l’annuncio dell’intesa – di tre Paesi Opec, ovvero Arabia Saudita, Qatar e Venezuela, e la Russia, sul congelamento dell’offerta ai livelli di gennaio – i rialzi delle quotazioni che erano scattati alla notizia che si stava svolgendo il vertice ristretto si sono andate smorzando.

Poi i sospetti che ci fosse qualche insidia hanno trovato conferme in un dettaglio cruciale. Si sa cosa va a nascondersi nei dettagli. Per avere validità, ha puntualizzato il rappresentante qatariota Mohammad bin Saleh al-Sada, dovranno aderire altri grandi produttori, a cominciare da Iran e Iraq.

La doccia fredda che ha definitivamente spento la fiammata dei prezzi è arrivata quando, poco dopo, Teheran ha messo le mani avanti, proclamando tramite il suo ministro del petrolio Bijan Namdar Zanganeh: “Non rinunceremo alle nostre quote”. Cha tradotto significa continuare ad aumentare l’offerta, perché l’Iran rivendica il diritto a riportare le sue esportazioni ai livelli precedenti alle sanzioni internazionali.

Teheran ha già alzato la produzione di circa 400 mila barili al giorno dal venir meno delle misure di embargo, ma per riportarsi ai valori obiettivo dovrebbe salire di circa un altro milione di barili. In realtà, l’insolito quartetto non gli chiederebbe di restare ferma dov’è: nel suo caso degli incrementi sarebbero consentiti, ma solo in maniera concertata e limitata.

Domani il rappresentante del Venezuela – lo stato che più di tutti sembra aver spinto per questa intesa – sarà a Teheran per discutere con iraniani e iracheni, che invece finora hanno mostrato maggiore disponibilità. Cercherà di convincere gli altri due Paesi, ma appare poco probabile che questo traballente schema di limitazione all’offerta funzioni.

Soprattutto, a giustificare scetticismi su tutta l’operazione è la circostanza rilevante che praticamente tutti i Paesi coinvolti – salvo il Venezuela – si trovano nella necessità di incamerare il massimo possibile dalle esportazioni di petrolio, per finanziare direttamente o non operazioni militari. L’Arabia Saudita ha un fronte aperto in Yemen e intende allargarlo contro l’Isis, il Qatar fa parte del fronte sunnita guidato da Riad. La Russia è direttamente impegnata in Siria, oltre che in Ucraina. Iran e Iraq sono in primissima linea. Insomma, dovrebbero limitare l’export di greggio Paesi che ne hanno bisogno per alimentare ingenti spese militari.

Il mercato non ci crede e nel pomeriggio le quotazioni del petrolio hanno drasticamente invertito al rotta e iniziato a calare. Il barile di Brent, il greggio di riferimento del mare del Nord, che aveva toccato 35,55 dollari in mattinata cede 73 cents rispetto alla chiusura di ieri, a 32,76 dollari. Il West Texas Intermediate, che aveva segnato un picco intraday a 31,53 dollari, cala di 29 cents a 29,11 dollari. Resta il fatto che apparentemente l’operazione segna almeno un cambio di atteggiamento dell’Arabia Saudita, che finora sembrava pregiudizialmente contraria a interventi sull’offerta.

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