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Lunedì 1 febbraio 2016 - 16:51

Anche la Cina ha il suo schema Ponzi: ecco lo scandalo Ezubao

Quasi un milione di truffati in pochi mesi, ma ora le manette
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Roma, 1 feb. (askanews) – Si scrive Ezubao ma si legge Ponzi. In Cina è esploso quello che appare il primo scandalo di truffe su vasta scala a risparmiatori e investitori. Ad ordirlo era quello che fino a poche settimane fa era uno dei principali gruppi internet di prestiti tra pari (P2P). Una posizione conquistata in pochissimo tempo: Ezubao era stata creata appena un anno e mezzo fa, nel 2014, ma secondo Xinhua, l’agenzia di stampa ufficiale cinese, era già riuscita ad “adescare” 900 mila clienti per un ammontare complessivo di 50 miliardi di yuan, poco meno di 7 miliardi di euro ai cambi attuali.

Uno schema Ponzi bello e buono, secondo le rivelazioni fatte da una dei 21 tra dirigenti e interni arrestati circa due settimane fa, Zhang Min, presidente della casa madre Yucheng Global.

Con schema Ponzi – dal nome di Charles Ponzi, un italoamericano che utilizzò un sistema di questo genere negli anni ’20 del secolo scorso – solitamente si definisce una classica truffa finanziaria, in cui si attirano investitori (tendenzialmente ingenui) proponendo rendimenti molto elevati, che vengono effettivamente elargiti ma a rate, le quali vengono pagate grazie ai versamenti di nuovi sottoscrittori. Il sistema si basa sul passaparola di coloro che si vedono verasare questi primi premi e funziona nella misura in cui il numero di partecipanti continua a crescere vigorosamente. Prima o poi però inevitabilmente salta tutto. Ed è quello che si è puntualmente verificato lo scorso anno.

Ezubao offriva tassi restributivi superiori al 14 per cento. In pratica su patrimonio investito da 100 mila yuan, affermava di pagare 14 mila euro l’anno invece dei circa 2 mila di un normale conto corrente cinese.

Ma la vera retribuzione è stata la perdita della quasi totalità del capitale investito. E sempre secondo Xinhua i proventi di questa truffa sono andati innanzitutto nelle tasche dei dirigenti, che incassavano fino a 1 milione di yuan l’anno. Complessivamente, a novembre la società aveva pagato 800 milioni di yuan in stipendi. La stessa Zhang ha ammesso di aver incassato bonus per mezzo milione di renminbi, l’altro nome della valuta cinese, più auto di lusso e gioielli.

Secondo la donna tutti ai vertici sapevano tutto. Colui che viene ritenuto il principale responsabile, Ding Ning, ha ammesso che la quasi totalità dei progetti di investimenti declamati erano falsi: “al 95 per cento”. Spesso millantando operazioni su società anche rinomate, che erano ignare del tutto.

La vicenda non potrà che scuotere ulteriormente un mercato interno cinese già scosso dagli scivoloni accusati dalle Borse in questo allarmante inizio d’anno. La borsa di Shanghai, che oggi ha chiuso con un ulteriore meno 1,77 per cento, ha accumulato una perdita di oltre il 24 per cento solo in questo primo mese di contrattazioni.

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