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Venerdì 8 gennaio 2016 - 11:39

Cina argina i crolli delle Borse ma rimedia una figuraccia

Ma permane la tensione e bilancio di inizio anno è molto pesante
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Roma, 8 gen. (askanews) – L’inversione a U della Cina sul contestato meccanismo automatico di blocco delle Borse in caduta ha sortito l’effetto sperato: rimosso lo spauracchio di paralisi gli indici hanno imboccato una risalita, complici anche gli interventi diretti di acquisto operati da Pechino. Un recupero però solo marginale, dopo il nuovo crollo a precipizio che ieri, superando la soglia fatidica del 7 per cento, aveva puntualmente innescato questo “circuit breaker” che chiudeva definitivamente la seduta. Shanghai ha guadagnato l’1,97 per cento dopo il meno 7 per cento di ieri mentre la più piccola Shenzhen, che pure aveva accusato un ribasso anche più marcato, superiore all’8 per cento, è risalita dell’1,05 per cento.

Anche così, considerando l’altra caduta che ha caratterizzato questo allarmante inizio d’anno dell’azionario cinese, Shanghai chiude la prima settimana di contrattazioni lasciando sul terreno quasi un 10 per cento e Shenzhen oltre il 14 per cento.

E questo nonostante il fatto che secondo diverse indiscrezioni di stampa molte entità finanziarie controllate dallo Stato siano intervenute con acquisti calmieranti. La mancanza di dati ufficiali trasparenti non aiuta a contrastare l’allarmismo che si è addensato attorno ai mercati cinesi, e che anche in questa seduta si è evidenziato in una accentuata volatilità.

Il circuit breaker appena spento viene poi bocciato senza mezzi termini dagli analisti, ma di fatto ieri erano state le stesse autorità cinesi a riconoscere l’errore, quando con un comunicato la Commissione che vigila sui mercati aveva annunciato la sua rimozione rilevando che i problemi creati superavano i vantaggi.

Avrebbe dovuto contrastare la volatilità. Di fatto l’ha accentuata dato che molti investitori, nella prospettiva che scattasse il blocco, hanno visto crescere l’ansia e l’impazienza a vendere, anche a prezzi più bassi. Alte Borse usano sistemi simili, ma con sospensioni solo momentanee, ad esempio 15 minuti a New York quando i cali degli indici superano il 5 per cento. La versione cinese faceva invece drasticamente concludere la seduta.

Alcuni osservatori rimproverano a Pechino di essersi apparentemente mossa senza tenere conto di come operano sistemi simili, appunto, su altri mercati più maturi. Altri sono anche più drastici nel giudizio: il circuit breaker “non avrebbe mai dovuto essere allestito”, dice Gordon Chang, analista indipendente. Secondo Fraser Howie, sinologo, il sistema tradisce la diffidenza dell’apparato comunista cinese verso i mercati finanziari. “Di fatto stavano rafforzando la presa dello Stato sulle Borse. Altroché riforme – osserva – non ci sono progetti per dare ai mercati un ruolo più rilevante”.

Tom Rafferty mette in rilievo che con questo incidente la Cina ha compromesso la sua reputazione di gestione competente dell’economia. Ma che soprattutto è il ritorno di fiamma dell’interventismo intermittente seguito da Pechino sui mercati a metà 2015, che pure erano era “palesemente sopravvalutati”. Non aver lasciato che gli indici si correggessero nei mesi passati ha creato le premesse per le turbolenze attuali.

Di fondo il sistema finanziario cinese risente di un massiccio deflusso di investimenti legato a due fattori concomitanti: da un lato la Federal Reserve, la Banca centrale americana ha rotto gli indugi e, almeno apparentemente, avviato una fase rialzista dei tassi di interesse ufficiali. Manovra che in prospettiva rende più appetibili i rendimenti delle attività in dollari. Dall’altro la crescita economica della Cina ha continuato a rallentare, fino a moderarsi ai minimi da un quarto di secolo, facendo prospettare rendimenti più contenuti, se non rischi di perdite per gli investitori.

Questo si è evidenziato anche nel ritmo forsennato con cui la Banca centrale cinese ha bruciato riserve in valuta estera per difendere la moneta: oltre 500 miliardi di dollari sul 2015 di cui oltre 100 miliardi solo a dicembre. Dollari usati per acquistare yuan, ma che non sono bastati a stabilizzare il quadro. E la necessità di adeguarsi a queste pressioni, assieme alla volontà di tentare di rendere più appetibili le esportazioni, che faticano a trovare sbocchi, è alla base anche delle aggressive svalutazioni effettuate dall’istituzione sia la scorsa estate sia nelle ultime sedute. Manovre che hanno però contribuito non poco a esacerbare la volatilità dei mercati e le pressioni al ribasso sulle Borse.

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