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Giovedì 7 gennaio 2016 - 18:42

Cina fa marcia indietro su blocco Borse dopo aver scatenato crolli

Oltre al meccanismo automatico sospensione accusa anche su yuan
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Roma, 7 gen. (askanews) – Dopo una seconda caduta a precipizio delle sue Borse la Cina ha annunciato una drastica marcia indietro sul nuovo sistema di sospensione automatica delle contrattazioni, il principale indiziato dei due scivoloni che hanno contraddistinto questo allarmante avvio d’annata dei mercati. E lo ha fatto senza tentare di nascondere l’errore. In merito a questo “circuit breaker”, in vigore da pochi giorni “dopo aver soppesato vantaggi e svantaggi – ha ammesso in un comunicato la Commissione regolamentare cinese sull’azionario – attualmente l’effetto negativo risulta maggiore di quello positivo”.

Ma tutto questo solo dopo che il nuovo crollo, che ha oltrepassato in meno di mezz’ora la fatidica soglia del 7 per cento, facendo così scattare il congelamento per tutta la seduta, aveva innescato, una ondata di cadute a catena dei mercati mondiali, complice anche una nuova e pesante svalutazione dello yuan. Crolli che si sono smorzati dopo l’annunciata marcia indietro.

L’indice di riferimento della Piazza di Shanghai segnava un meno 7,04 per cento quando è scattato il blocco. Ancora una volta la più piccola Shenzhen, dove sono quotate molte imprese di medie dimensioni, ha fatto peggio, con un meno 8,24 per cento. La caduta ha coinvolto prima l’Asia, Tokyo ha chiuso al meno 2,33 per cento, poi l’Europa. A fine scambi a Milano il Ftse-Mib segnava meno 1,14 per cento, una perdita più che dimezzata rispetto a quanto visto prima della marcia indietro cinese. Parigi ha chiuso al meno 1,72 per cento, Francoforte con meno 2,29 per cento, Londra meno 2 per cento.

Non è andata meglio a Wall Street, dove nel primo pomeriggio l’indice Dow Jones cede lo 1,16 per cento, il Nasdaq meno 1,62 per cento e lo Standard & Poor’s 500 meno 1,28 per cento.

Il capitombolo dell’azionario cinese si è innescato contestualmente all’annuncio a sorpresa da parte delle autorità di una nuova e massiccia svalutazione dello yuan.La forchetta di riferimento sul dollaro è stata abbassata dello 0,51 per cento, si tratta del taglio più pesante da quello effettuato lo scorso agosto e con cui il valore di riferimento, un dollaro per 6,5646 yuan, è finito ai minimi da quasi cinque anni, dal marzo del 2011.

La strategia di svalutazione di Pechino è ormai acclarata, visto che quella di oggi è l’ottava manovra consecutiva di questo genere, sebbene decisamente più energica delle precedenti.Contraddice gli impegni sottoscritti dalla stessa Cina in ambito del G20 e giunge pochi mesi dopo che la valuta del Dragone, chiamata anche renminbi, era stata pure inclusa in un paniere di divise di riferimento utilizzate dal Fondo monetario internazionale, ritenute per questo implicitamente stabili.

Potrebbe riflettere andamenti più deboli del previsto dei fondamentali economici, che spingerebbero quindi le autorità cinesi a cercare ossigeno tramite la leva dei cambi in modo da rendere più appetibile l’export. Ma un’altra spiegazione, forse anche più inquietante è che la Cina sta bruciando a ritmo forsennato le sue pur gigantesche riserve in valuta estera. A dicembre hanno subito il peggior crollo di tutti i tempi. Secondo i dati diffusi dall’amministrazione statale delle riserve in valuta estera, ammontavano all’equivalente di 3.300 miliardi di dollari, ben 108 miliardi in meno rispetto a novembre.

Questa voce è tornata ai livelli del dicembre del 2012 e complessivamente, nell’anno appena trascorso, le riserve valutarie del Dragone si sono ridotte di 513 miliardi di dollari, mentre l’economia ha registrato il tasso di crescita più contenuto in un quarto di secolo.

Secondo gli analisti questo riflette massicci acquisti di yuan da parte della Banca centrale, in cambio di dollari, volti a contenere una fuga di capitali determinata proprio dal rallentamento della crescita mentre i rendimenti negli Usa si fanno più attraenti con la Fed che ha iniziato ad alzare i tassi.E la decisione di svalutare, operata ripetutamente nelle ultime sedute, altro non sarebbe che un aggiustamento necessario a stabilizzare la situazione.

L’ondata di turbolenze finanziare globali esacerbate dai crolli dei mercati della Cina “mi ricorda la crisi che abbiamo avuto nel 2008”. Le parole usate dal finanziere americano George Soros, nel corso di un convegno in Sri Lanka, hanno finito per rimbalzare in mezzo mondo, complice il clima di allarmismo suscitato dalla marcata volatilità delle Borse in questo inizio d’anno.

Le strategie cinesi sono state messe sotto accusa dal finanziere americano George Soros, che durante una conferenza in Sri Lanka ha sostenuto che con le sue svalutazioni Pechino sta trasferendo i suoi problemi sul resto del mondo. Soros ha messo in guardia da un quadro complessivo “che mi ricorda la crisi che abbiamo avuto nel 2008”. Non è la prima volta che il magnate di origini ungheresi predice peggioramenti del quadro macroeconomico. Nel settembre 2011, avvertì che la crisi dell’area euro era peggiore di quella dei mutui negli Usa di tre anni prima.

Il timore è che dopo le crisi che hanno avuto come epicentro gli Usa, nel 2007-2007, e l’area euro, nel 2011-2012 (con un recente codazzo la scorsa estate), ora se ne possa produrre una nuova che potrebbe innescarsi dalla Cina o le grandi economie emergenti.

Il quadro di debolezza sembra trovare conferme nei prezzi del petrolio, che a loro volta hanno iniziato l’anno in caduta finendo a nuovi minimi pluriennali.

Con le scorte globali che continuano a crescere a ritmi da record, il barile di Brent, il greggio di riferimento del mare del Nord, è finito sotto quota 33 dollari con un minimo a 32,16, il valore più basso da oltre 11 anni, dall’aprile del 2004. Il barile di West Texas Intermediate è sceso fino a 32,10 dollari.Intanto il calo degli introiti petroliferi mette sempre più sotto pressione i Paesi produttori, fino al punto da spingere l’Arabia Saudita ad annunciare che sta studiando il possibile sbarco in Borsa del suo gigante dell’oro nero, Aramco.

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