Header Top
Logo
Venerdì 24 Marzo 2017

Logo
Corpo Pagina
Breadcrumbs
  • Home
  • Economia
  • Petrolio cade a minimi 11 anni, valute produttori scricchiolano

colonna Sinistra
Lunedì 21 dicembre 2015 - 18:39

Petrolio cade a minimi 11 anni, valute produttori scricchiolano

Invece la bolletta petrolifera dell'Italia si alleggerisce
20151221_183932_4A21DC77

Roma, 21 dic. (askanews) – Prezzi mai così bassi nemmeno durante la crisi economica globale. Il barile di petrolio affonda sempre più giù nel baratro, con nuovi minimi pluriennali in avvio di settimana. Il Brent, il greggio di riferimento del mare del Nord ha segnato il livello più basso da oltre 11 anni, a 36,04 dollari come non si vedeva dal luglio del 2004 e con cui ha complessivamente perso il 27 per cento rispetto alla chiusura del 21 novembre scorso, esattamente un mese fa. A New York il barile di West Texas Intermediate è sceso sotto i 34 dollari per la prima volta dal febbraio del 2009, con un minimo a 33,98 dollari.

Flessioni che continuano a risentire dell’eccesso di offerta che da molti mesi pesa sui mercati e che si inserisce nella fine generale del “superciclo” delle materie prime, legata a doppio filo con l’indebolimento delle economie emergenti.

Nelle ultime sedute la tendenza è stata accentuata anche dal rafforzamento del dollaro, innescato dal rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve. Ma soprattutto il calo è stata esacerbato dal recente vertice dell’Opec, il cartello dei Paesi esportatori che ormai appaiono palesemente divisi e incapaci, o non intenzionati, a fare alcunché, in termini di stretta all’offerta contro i cali delle quotazioni.

Molti osservatori anzi imputano le recenti cadute proprio ad una precisa strategia dei paesi capofila dell’Opec, Arabia Saudita in testa, che in questo modo vorrebbero mettere fuori gioco le nuove tipologie produttive del Nord America, che hanno costi di estrazione più elevati.

Ma intanto la calata agli inferi dei prezzi sta creando sempre più pressioni finanziarie proprio sui Paesi produttori. L’Azerbaijan ha dovuto abbandonare una banda di oscillazione della sua valuta, il manat, su dollaro e euro, dopo aver bruciato in poco tempo metà delle sue riserve in valuta estera. L’annuncio ha innescato una caduta a piombo della divisa azera, che ha ceduto quasi un terzo del suo valore sul biglietto verde rispetto a venerdì. E dopo che già a febbraio l’Azerbaijan aveva svalutato di un analogo 33 per cento, abbandonando il cambio fisso sul solo dollaro.

Baku segue quanto già deciso da vicino Kazakhstan, che precedentemente aveva a sua volta abbandonato una banda di oscillazione valutaria controllata per passare ad una regime di cambi libero. Per motivi analoghi in queste settimane Arabia Saudita, Bahrain e Kuwait hanno dovuto alzare i tassi di interesse ufficiali, per proteggere le rispettive valute.

Invece, per un Paese importatore come l’Italia i cali del greggio portano in prima battuta sconti sulla fattura petrolifera, scesa nel 2015 a 16,2 miliardi di euro contro i 24,9 miliardi del 2014, con un risparmio di 8,7 miliardi di euro (-35%) rispetto al 2014. Secondo i calcoli dell’Unione petrolifera è l’esborso più basso degli ultimi dieci anni con un peso sul Pil di appena l’1% rispetto ad una media dell’1,9% nello stesso periodo. L’Up ha stimato per il 2016, con un prezzo del petrolio al barile tra i 45 e i 55 dollari ed un cambio tra 1,05 e 1,15, una fattura petrolifera tra i 15,3 miliardi e i 20,5 miliardi di euro.

E i cali favoriscono anche tutti i vacanzieri che durante le festività natalizie compiranno trasferimenti su strade e autostrade, anche se in misura meno massiccia di quanto accade con le ferie estive.

Tuttavia anche per i Paesi importatori di greggio il persistere di questi cali così marcati potrebbe avere ricadute negative, in termini di destabilizzazione delle finanza. A dar retta alle profezie negative che si sono moltiplicate nelle ultime settimane la tendenza potrebbe accentuarsi non poco. Ad esempio secondo Goldman Sachs è possibile che il barile finisca a 20 dollari nel corso dell’anno che si sta per aprire.

Altri osservatori invece ritengono che si sia giunti vicino a valori che innescherebbero acquisti speculativi, con effetti di rimbalzo sui prezzi. Intanto rischia di profilarsi anche una inusuale circostanza: il greggio che arriva sui mercati è talmente superiore alla domanda che le capacità di immagazzinamento stanno arrivando al limite.

Come se non bastasse, le previsioni di crollo della nuova produzione statunitense e nord americana legata a tecnologie come la frammentazione idrolitica e le sabbie bituminose si stanno rivelando almeno in parte inesatte: nonostante il collasso dei prezzi – e queste tecniche sono molto più costose di quelle ordinarie – la scorsa settimana sono stati avviati 17 nuovi impianti.

CONDIVIDI SU:





articoli correlati
ARTICOLI CORRELATI:
Contenuti sponsorizzati
Barra destra
[an error occurred while processing this directive]
Torna su