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Martedì 15 dicembre 2015 - 17:13

## Le 4 trappole dei dati statistici rivelate da uno studio Ubs

Vademecum degli analisti insegna a diffidare delle cifre
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Roma, 15 dic. (askanews) – Obsoleti, ingannevoli e incompleti. E’ impietoso il giudizio degli economisti di Ubs sull’affidabilità e la qualità dei dati statistici. “Ironia della sorte – scrivono in uno studio appena pubblicato dalla banca svizzera – è che proprio mentre i singoli dati diventano meno affidabili, gli investitori sembrano venerarli con più fervore. A volte capita che sui dati degli occupati americani venga caricata una tale valenza, quasi religiosa, che contestarne la veridicità sarebbe quasi una eresia”.

E invece secondo gli analisti di Ubs la realtà è ben altra. Sarebbe meglio che il generale scetticismo che circonda i dati statistici della Cina venisse riservato a tutte le statistiche, ben oltre i confini del Dragone. Lo studio elenca 4 grandi lacune che dimostrano la problematicità dei dati o del loro utilizzo.

1) LE STATISTICHE NON STANNO AL PASSO DELLA REALTA’Il primo problema è che i rapidi cambiamento strutturali dell’economia globale attuale vengono scarsamente fotografati da una catalogazione di dati statistici che il più delle volte risale a quasi mezzo secolo fa. A titolo di esempio si cita il fenomeno degli autonomi, che rende molto difficile, quando come ora assuma un crescente peso nell’economia, elaborare aggregati sull’andamento del mercato del lavoro e dei redditi.

2) SI FANNO INDAGINI TRA GENTE CHE NON VUOL PARLARESecondo nodo, l’affidabilità stessa delle indagini è sempre meno garantita. E questo non riguarda solo misurazioni implicitamente “evanescenti” come il clima di fiducia, ma anche aggregati ritenuti ben più concreti, quelli che gli anglosassoni chiamano “hard data”. Come il Pil: “Si crede non sia una indagine e invece lo è”, dicono a Ubs. E le indagini partono già azzoppate dato che le persone consultate sono sempre meno propense a rispondere alcunché. E che quando lo fanno spesso rispondono in maniera incompleta o imprecisa.

3) UNA SOLA CIFRA SEMBRA CHIARA, INVECE E’ ILLUSORIATerza criticità, spesso le statistiche vengono concentrate in una singola cifra o valore, e spesso questo sulla base dell’erratico presupposto che questo è quello che si chiede alle statistiche. Ma questo implica un “falso senso di sicurezza” basato sulla precisione del dato, che però è solo apparente. Questo poi si moltiplica quando si elaborano previsioni, che quasi mai, nota lo studio, vengono pubblicate come “forchette previsionali”, incorporando quindi margini di errore o variazione ai quali il pubblico si preparerebbe. Si sfornano dati esatti il cui non puntuale verificarsi poi inevitabilmente genera delusioni e reazioni.

4) BIG DATA VORREBBERO VOLARE ALTO MA VANNO RASOTERRAInfine, quarta lacuna, i maggiori aggregati statistici, i “Big data” basati su una notevole mole di informazioni, “peggiorano il tutto – incalzano da Ubs – perché danno l’impressione di fotografare tendenze macro economiche quando generalmente coprono invece fenomeni limitati o micro economici”. Ad esempio monitorare i prezzi tramite i codici a barre esclude quasi certamente dall’indagine la piccola distribuzione, che più raramente utilizza questi sistemi.

La soluzione quindi? Evitare di basarsi su un singolo dato o una sola statistica. “Capire la situazione economica richiede invece una valutazione ad ampio raggio delle statistiche – conclude lo studio, intitolato ‘Don’t Trust the Data’ – in base alla quale si possono trarre conclusioni di ampia portata”.

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