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Lunedì 22 giugno 2015 - 20:38

La svolta di Tsipras e il tabù che l’Europa potrebbe superare

Atene cede su Iva e pensioni ma vuole incassare il "debt relief"
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Bruxelles, 22 giu. (askanews) – Una razionalizzazione del regime dell’Iva e del sistema delle pensioni, che permetta di avere permanentemente più gettito nel primo caso e sostanziali risparmi (almeno l’1% del Pil) nella spesa nel secondo. Erano le due riforme strutturali che le tre istituzioni della ex troika (Bce, Commissione europea, Fmi) chiedevano con insistenza ad Atene come condizione per prolungare il programma di salvataggio finanziario della Grecia, e sborsare i restanti 7,2 miliardi. A questa doppia richiesta il governo di Alexis Tsipras ha finalmente risposto in modo adeguato stamattina, dopo aver temporeggiato per mesi, con l’ultima offerta negoziale, firmata dallo stesso premier.

Anche se bisognerà verificare che i conti tornino, ed è quello che stanno già facendo i tecnici delle “tre istituzioni” e dell’Eurogruppo, l’ultima proposta greca prevede un risparmio nella spesa per le pensioni (la voce più insostenibile del bilanci di Atene, soprattutto a causa dei prepensionamenti e della bassa età pensionabile) che addirittura eccede il target richiesto dalle controparti, mirando all’1,4% del Pil nel 2016.Secondo diverse fonti, il governo cercherebbe di evitare tagli ma aumenterebbe, in compenso, i contributi dei lavoratori al sistema pensionistico.

Al tempo stesso, proporrebbe di portare gradualmente l’età pensionabile a 67 anni e di eliminare eccezioni e deroghe tipiche del sistema ellenico. Secondo le fonti, resterebbe ancora da chiarire come disincentivare il ricorso ai prepensionamenti, che in certi casi sarebbe ancora possibile.

Quanto all’Iva, Atene sembra pronta ad accettare pressoché completamente la richiesta delle tre istituzioni di razionalizzare il sistema oggi disseminato di eccezioni (soprattutto, ma non solo, per favorire le isole): alla fine, ci sarebbe un’aliquota standard al 23%, una seconda aliquota ridotta al 13% per beni e servizi essenziali, compresi cibo ed elettricità, e una terza super ridotta al 6% per medicine e libri.

Le nuove proposte, come hanno spiegato la Commissione europea e il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselboem, sono “molto benvenute” e costituiscono “una buona base” per lavorare per l’accordo.

Ma quello che ha reso possibile lo sblocco del negoziato trascende la discussione all’Eurogruppo, perché in realtà non è nelle competenze dei ministri delle finanze. Nel negoziato tecnico con le tre istituzioni e con i ministri dell’Eurozona, gli emissari di Atene potevano discutere solo le questioni riguardanti il programma di salvataggio greco in corso e il suo prolungamento oltre la scadenza del 30 giugno, ma non la questione che più interessa il governo di Alexis Tsipras: il “debt relief”, ovvero un “alleggerimento” del proprio debito pubblico, da molti giudicato insostenibile.

Da due settimane, nonostante un evidente ammorbidimento delle richieste delle tre istituzioni – soprattutto riguardo agli obiettivi dell’avanzo primario, ridimensionato dal 3,5% all’1% del Pil nel 2015, e dal 4,5% nel 2016 al 3,5% nel 2018, passando per gli stati intermedi del 2% nel 2016 e del 3% nel 2017 – il governo greco si era mosso pochissimo dalle proprie posizioni, esasperando le proprie controparti.

Il gioco durissimo dei greci è servito certamente a ridimensionare le condizioni imposte dalla ex troika, ma mirava soprattutto a far accettare ai partner dell’Eurozona, al di là dell’attuale programma di salvataggio, la prospettiva dell’alleggerimento del debito: una questione che compete ai capi di Stato e di governo, e non ai ministri delle Finanze. Per questo Tsipras ha tanto insistito per negoziare direttamente con la cancelliera tedesca Angela Merkel, oltre che col presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, e ha spinto tanto perché venisse convocato poi l’eurosummit di stasera.

L’alleggerimento del debito greco chiesta da Tsipras e dal suo ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, è una sorta di ristrutturazione “soft”: non un doloroso nuovo condono parziale (“haircut”) con perdite secche per i creditori, ma una conversione (“swap”) di tutti i titoli di Stato di Atene oggi detenuti dalla Bce – a detta di Varoufakis pari a 27 miliardi di euro – in un prestito dell’Esm, il Fondo salva-Stati permanente dell’Eurozona. La Grecia, insomma, se questa misura fosse attuata non sarebbe più indebitata con la Bce, ma solo con l’Esm. E questo comporterebbe, secondo il governo di Atene, una serie di vantaggi sostanziali per far ripartire la crescita, a cominciare dalla possibilità oggi negata, di usufruire delle iniezioni di liquidità della Bce (“quantitative easing”).

In cambio dello swap Bce-Esm, il governo greco propone un meccanismo di “debt brake” (freno del debito): la creazione di un “Fiscal Council”, un Consiglio indipendente di controllo dell’esecuzione del bilancio con il potere di procedere a tagli di spesa orizzontali e automatici (senza passaggio dal parlamento) nel caso in cui vi sia un rischio di aumento del debito, o di ritorno al deficit di bilancio primario.

Di questo, anche se non solo di questo, parleranno molto probabilmente i leader all’Eurosummit di stasera, anche se è ancora presto per poter prevedere un accordo. Ci sarà un impulso a proseguire la discussione al prossimo vertice Ue, fra pochi giorni, e un impegno più o meno vago a prendere delle misure nel senso voluto dai greci.

Ma è questa la discussione che il governo di Atene voleva si facesse finalmente al più alto livello politico: come uscire dalla trappola dell’austerità, come rendere il debito greco davvero sostenibile, come far ripartire la crescita nel Paese, che ha avuto un calo del Pil di oltre il 25% durante la crisi, come se avesse attraversato una guerra. Con questa prospettiva di ripresa finalmente aperta, diventano accettabili le concessioni su Iva e pensioni, che sono comunque lontane dagli eccessi d’austerità subiti finora dalla Grecia, e l’accordo all’Eurogruppo diventa infine possibile, proprio perché non è la fine della storia, ma solo la premessa dell’azione decisiva sul debito.

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