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Mercoledì 16 settembre 2020 - 09:42

Un cronista e la Silicon Valley: Michele Masneri nel presente

Incontro con l'autore di "Steve Jobs non abita più qui" (Adelphi)
Un cronista e la Silicon Valley: Michele Masneri nel presente

Milano, 16 set. (askanews) – Un reportage dall’avanguardia del mondo che spinge più in là i confini dell’idea di letteratura contemporanea e, al tempo stesso, rappresenta un modo di fare giornalismo al meglio. Leggere le cronache dalla Silicon Valley di Michele Masneri è un’esperienza vivificante, a tratti rocambolesca, a tratti inquietante: una fotografia di un iper presente che ha tratteggiato, dalla California, gli scenari anche del nostro immediato futuro. “L’impressione – ha detto lo scrittore ad askanews – è proprio che tutto quello che io ho vissuto lì quattro anni fa stia lentamente arrivando anche qua”.

“Steve Jobs non abita più qui” esce nella Collana dei casi di Adelphi – casa editrice che non finisce mai di sorprendere, pur nella sua continuità – ed è l’opera di un cronista che è anche uno scrittore autentico e rinnova una tradizione che comprende, per dire un nome, personaggi del calibro di Alberto Arbasino. “Non ho seguito uno schema né un modello – ci ha detto Masneri, giustamente in un collegamento da remoto -. Ho cercato di avere un filo conduttore che desse un senso di compattezza al libro, che non è né fiction, né reportage secco”.

Il risultato è un libro che ricostruisce lo strano universo di San Francisco, tra aspiranti miliardari e bolla immobiliare, tra Jonathan Franzen e Mark Zuckerberg, tra le frontiere del sesso e quelle del cibo. In un groviglio di opportunità, ma anche di contraddizioni che, probabilmente, sono l’elemento propulsivo del luogo. Dove tutto sembra diventare sempre più governato dalla tecnologia e dai device, oltre che dallo spettro assurdo del “rating”, ma non c’è solo quello.

“Con il rating – ha proseguito il giornalista – si vive in una specie di Black Mirror perenne, perché tutte le app nate nella Silicon Valley prevedono questo passaggio del rating, per cui una delle paure che non fa dormire i sanfranciscani è il rating che darà a te l’autista di Uber. Ma in realtà lì resiste un forte umanesimo, lo studio di tutto quello che può essere un miglioramento dell’umanità, anche pazzoide – droghe sintetiche e transumanesimi vari – è un po’ parte della cultura californiana, cioè dell’essere nerd, di prendere una cosa, smontarla e vedere se si può fare meglio. Che può essere il sesso, può essere il cibo, può essere un computer, e questo fa parte anche della cultura Hippy ed è proprio il segreto di quella cosa lì: non accettare nulla per scontato”.

E non c’è modo migliore per provare a non dare nulla per scontato che mettersi con il proprio corpo e la propria testa dentro le situazioni. Questo fa delle cronache di Masneri un oggetto letterario più forte, a suo modo una lezione di scrittura realmente calata nel presente. Che è, per definizione, un tempo che non possiamo mai comprendere fino in fondo. “Da una parte hai questi ricchi che progettano le loro start up per cambiare per l’ennesima volta le nostre esperienze digitali. Ma poi però te li ritrovi alla Folsom Fair che è una festa scatenata di gente vestita di pelle che si frusta in mezzo alla strada”.

Anche questa è la Silicon Valley che Michele Masneri ha vissuto e descritto, senza tacere i segnali di crisi che la attraversano: l’etica del ragazzino brufoloso che da un garage crea la nuova Apple sta cominciando a mostrare la corda: forse qualcosa è destinato a finire e l’idea di “andare via” dalla Valley continua a circolare.

“In realtà quel mischione che c’è lì, di cultura Hippy, di residui di controcultura, di università, di tutto, è abbastanza non replicabile altrove. Ora però per la prima volta sto sentendo di molti amici che se ne stanno andando, perché il Covid ha messo abbastanza in ginocchio tutto, oltre agli incendio continui e ai prezzi carissimi”.

In ogni caso il finale di questa storia, che è per sua natura imprevedibile, non è ancora stato scritto. Tutto il resto, probabilmente, nel libro di Michele Masneri lo si può trovare, o per lo meno intuire. Quello che si trova di certo è un’idea di scrittura, un’idea di compromissione con il mondo che è la base su cui costruire il racconto, la sua decisiva “onestà”, che è parola difficile e spesso usata male, ma che, in questo caso, identifica un modo di stare davanti alla pagina, una consapevolezza dello strumento che si sta per usare. E che offre a Masneri la lucidità (e la leggerezza) per notare che “Franzen ha un problema, cerca sempre di essere sincero con se stesso, anche troppo”. Appunto.

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