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Lunedì 23 dicembre 2019 - 17:35

Non fiction, il meglio del 2019: Fisher, Bridle, Calasso, Franzen

Dagli spettri del futuro alla Bibbia, dal clima a internet
Non fiction, il meglio del 2019: Fisher, Bridle, Calasso, Franzen

Milano, 23 dic. (askanews) – Quando si parla di letteratura oggi non è possibile non considerare, accanto ai romanzi, ai racconti e ai testi teatrali, anche tutto ciò che si colloca sotto il vasto ombrello della non-fiction, anche perché, come avviene nell’arte contemporanea, è spesso da un più diretto e serrato confronto con quell’oggetto misterioso a cui abbiamo deciso di dare il nome di ‘realtà’ che arrivano poi alcuni dei risultati più sorprendenti e dei veri e propri scarti in avanti sul piano culturale. Per questo, accanto ai testi di fiction che ci sono apparsi più interessanti tra quelli pubblicati in Italia nel 2019, ne abbiamo scelti anche alcuni che, in modi molto diversi e forse perfino dubbi, possono essere considerati saggistica (il che, sia detto per chiarezza, non modifica il loro status di oggetti letterari). Ma prima di passare all’elenco vale la pena citare una considerazione di uno degli autori di non fiction (meritatamente) più letti, lo storico e pensatore israeliano Yuval Noah Harari, che nel suo saggio ’21 lezioni per il XXI secolo’ ha messo nero su bianco il fatto che in un futuro, ormai vicinissimo, nel quale non esisterà più il lavoro come lo abbiamo sempre inteso, ci sarà sempre più bisogno di filosofi che sappiano spiegarci che cosa siamo e che cosa possiamo continuare a essere. Ecco, in un certo senso, l’idea di non fiction a cui abbiamo guardato potrebbe essere intesa come questa ricerca di una filosofia del presente.

Per cui, andiamo a iniziare. ‘Negli ultimi dieci o quindici anni internet e le tecnologie di telecomunicazioni mobili hanno completamente modificato la trama dell’esperienza quotidiana. Eppure, e forse proprio a causa di ciò, proviamo la crescente sensazione che la cultura abbia perso la capacità di cogliere e articolare il presente. O forse, in un particolare senso molto importante, sentiamo che ormai non esiste più nessun presente da cogliere e articolare’. A scrivere queste parole, illuminanti nella loro apparente semplicità, è Mark Fisher, scrittore e critico culturale inglese morto suicida nel 2017 alle soglie dei 50 anni, che oggi, con la sua postura punk aggiornata al contesto della contemporaneità, appare uno degli interpreti più lucidi delle dinamiche in cui ci troviamo a vivere, muoverci, pensare. ‘Spettri della mia vita’, la raccolta pubblicata in Italia da minimum fax, è un libro che è praticamente impossibile definire e abbracciare nella sua interezza. Una antologia di ciò che Fisher, autore di un testo fondamentale come ‘Realismo capitalista’, ha rappresentato nel mondo della cultura e di quanto abbia saputo ampliare la portata stessa di questa parola, ‘cultura’, inglobandone a pieno titolo la musica, con anche elementi indefinibili prima di lui, come il tema del ‘crepitio’ nei brani musicali (‘Il crepitio – scrive – ci rende coscienti del fatto che stiamo ascoltando un tempo che è fuor di sesto; ci impedisce di cadere vittime dell’illusione della presenza’), piuttosto che il cinema o le serie televisive. E poi, al cuore del libro, c’è il ragionamento sulla ‘hauntologia’, intesa come ‘l’azione del virtuale, dove lo spettro evocato non va inteso affatto come entità soprannaturale, ma come ciò che agisce senza essere (fisicamente) esistente’. In due accezioni: ciò che non è più, ma continua ad agire in forma virtuale e ciò che non è ancora avvenuto, ma che già incide sui nostri comportamenti. E guardare a questi ‘spettri’ è anche un modo, per Mark Fisher, di fare i conti con il fatto che, da un certo punto che lui colloca a livello musicale negli anni Novanta, ma che vale anche in senso generale, ‘non soltanto il futuro non è mai arrivato, ma neppure sembra più possibile’.

‘Spettri della mia vita’ è un grande libro, un libro fondamentale ci verrebbe da scrivere, anche se (e forse a maggior ragione perché) in molti passaggi tratta di dischi, band o telefilm molto legati a una particolare scena britannica che al lettore italiano possono dire poco. Ma non è importante sapere chi erano i T-Rex per cogliere l’attualità di una frase come questa: ‘Ascoltare oggi i T-Rex non fa più venire in mente il 1973, ma i programmi nostalgici sul 1973’. Abbiamo perso il futuro, ma abbiamo perso anche il passato, e ciò che resta è solo la mediazione culturale che ce ne viene proposta, in questo senso tutto può solo diventare un ragionamento sugli spettri che sono la nostra vita… In uno degli ultimi saggi del libro, dedicato al regista Christopher Nolan, Fisher parla dei livelli di inganno che le sue trame sempre contengono e della lucidità (tragica) dello spettatore consapevole: ‘Disinteressarsi del fatto che stiamo ingannando noi stessi – scrive – può essere il prezzo della felicità – o perlomeno il prezzo che si paga per liberarsi dal tormento dell’angoscia di vivere’. La vicenda biografica di Mark Fisher ci porta a pensare che per lui, come persona, non sia stato possibile disinteressarsi dell’inganno. Quello che però conta oggi, in questa sede, è il fatto che leggerlo continua a essere una forma, complessa ovviamente, ma tangibile, di felicità letteraria.

Realtà profonde, controllo, dominio assoluto della computazione sulla nostra vita. Tra i molti saggi ipercontemporanei che la casa editrice NERO (probabilmente la più interessante realtà editoriale del momento a livello di dinamismo e ricerca filosofica su terreni eterodossi) ha pubblicato negli ultimi mesi abbiamo scelto di soffermarci su ‘Nuova era oscura’ di James Bridle, un viaggio dentro, per dirla con Hans-Ulrich Obrist, la ‘direzione che abbiamo intrapreso’, e che è una direzione pericolosa, soprattutto per il fatto che l’oscurità del titolo viene attribuita al sempre più incontrastato dominio di ciò che, ci hanno sempre raccontato, avrebbe dovuto portare la chiarezza e le risposte: il calcolo, il computer, l’intelligenza pura. Bridle si focalizza sull’ossessione per la comprensione che la computazione porta inevitabilmente con sé e oppone la sua forma di resistenza: ‘Solidarietà e sopravvivenza – scrive devono essere possibili anche senza comprensione. Non ci è dato di comprendere il tutto, ma restiamo capaci di pensarlo. La capacità di pensare senza pretendere (né tantomeno cercare) di comprendere ogni cosa è essenziale alla sopravvivenza in una nuova era oscura, anche perché spesso comprendere è impossibile’. Come si vede la questione è cruciale e, benché sia anche qui chiaramente un tema filosofico, si declina nella nostra vita quotidiana, continuamente: pensate agli algoritmi che agiscono in tutte le applicazioni mobili di cui non siamo più in grado di fare a meno. Pensate al cloud, che Bridle definisce in maniera illuminante: ‘Una relazione di potere alla cui sommità non c’è quasi nessuno’. E’ un’immagine spaventosa, nella quale a salvarci, per ora, resta solo quel ‘quasi’ nessuno.

E poi il libro tratta della mole di informazioni dalle quali siamo incessantemente bombardati: una pluralità che pensiamo come ricchezza, come possibilità, ma che finisce per produrre non una ‘realtà coerente’, bensì ‘una realtà dilaniata dall’ossessione fondamentalista per le narrazioni semplicistiche, attraversata da teorie del complotto e politiche post-fattuali. E’ su questa contraddizione che nasce l’idea di una nuova era oscura: un’era in cui il valore che abbiamo dato alla conoscenza viene annientato dall’abbondanza di quella stessa redditizia merce, e in cui brancoliamo nel buio in cerca di nuovi modi per comprendere il mondo’. Può bastare? probabilmente sì, ma il quadro sul pensiero di Bridle non sarebbe completo se non citassimo il suo riferimento alla ‘Nube della non-conoscenza’, un concetto filosofico che risale alla mistica cristiana del XIV secolo e che fa riferimento a una dimensione di bontà e giustizia che esiste nello spazio che separa l’umano dal divino. ‘Abbiamo molto da imparare dalla non-conoscenza – scrive James Bridle -. L’incertezza può essere produttiva, persino sublime’. Viene di nuovo in mente Harari e un altro suo saggio bestseller, dedicato alla storia dell’umanità e intitolato ‘Da uomini a dei’: forse lì, nella volontà di perseguire questo salto ontologico, si annida il problema. Forse lì, come scriveva Thomas Eliot, ‘cade l’ombra’.

Forse, nel caso del prossimo libro di questo elenco, parlare di non fiction è limitativo, o semplicemente non ha senso. Di certo si tratta di letteratura, e letteratura al suo meglio, ma che cosa effettivamente sia, in termini di definizioni, l’intera opera di Roberto Calasso, è molto difficile da dire (per citare il titolo di un bel libro di Ettore Sottsass che avrebbe potuto stare in questa lista). Anzi, il modo giusto di guardare all’intellettuale-editore è probabilmente quello di ritenere che le definizioni siano superate e che la sua ‘opera in corso’ di cui ‘Il libro di tutti i libri’ è la decima parte abbia, tra gli altri, anche l’intento di dimostrare l’unicità della letteratura, il suo essere se stessa nonostante le forme molteplici che può assumere. E pensare, anche in questo senso, alla nube della non-conoscenza, è un altro modo per valutarne la ricchezza e la portata di umanità, nel senso di una compiuta realizzazione dell’umano, fuori dalla necessità che questa sia definibile o, peggio, tangibile. ‘Il libro di tutti i libri’, che esce naturalmente nella Biblioteca Adelphi, è un testo sulla Bibbia, che parte da una considerazione decisiva come quella che ‘alla Torah era indifferente che il mondo esistesse o meno’ (potete sostituire alla parola ‘Torah’ la parola ‘Letteratura’ con la maiuscola, e poi potete decidere voi come valutare la frase). La ‘divina indifferenza’ era di Montale, ma è un’idea che attraversa tutte le Storie, tutte le possibili narrazioni e che prende forme diverse, e in Calasso sono spesso forme di straordinaria bellezza, ancora una volta al di là del semplice contenuto. ‘Gli eletti – leggiamo nel capitolo delicato a Saul – non sono mai semplicemente coloro che accumulano meriti. Se così fosse, il mondo sarebbe una interminabile e tediosa lezione di morale. Con la sua ossessiva concentrazione su ciò che implica essere eletti, la Bibbia sprigiona una altissima tensione romanzesca. Eletto è chi fa procedere le storie – e la storia’.

Roberto Calasso si muove, con quella che al lettore appare come disinvoltura, tra i miti fondativi della nostra cultura, lo fa con puntigliosità, ma anche con leggerezza. Lo fa soprattutto con la consapevolezza dello strumento che utilizza: la sua scrittura. E arriva a punti cruciali, a snodi che, per quanto lontani, sono noi. ‘E’ possibile che i costruttori della Torre di Babele – scrive – non avessero propositi empi. Né la Genesi glieli attribuì. Volevano qualcosa che era sempre stato cercato: una via verso il cielo, un passaggio sicuro, stabile. E lo vollero visibile. Questa la loro colpa. O almeno il loro smisurato errore’. Un errore di ambizione culturale, che, ci perdoni Calasso, fa anche pensare a ciò di cui scrive James Bridle, la cui Torre di Babele non è un edificio (con tutta la carica simbolica che l’architettura manifesta porta inevitabilmente con sé), bensì un sistema di calcoli sempre più assoluti che vengono realizzati all’interno di luoghi segreti, sconosciuti, volutamente non architettonici (quindi senza carica simbolica) come i Data Center globali. Perché, e qui torniamo alla Bibbia e alla fine del racconto di Calasso, ‘quando verrà il Messia, è probabile che passi inosservato, perché cambierà solo alcune piccole cose. E non si sa quali’.

Questo itinerario nello spazio mentale della non fiction si chiude con un autore che, curiosamente in concomitanza con la pubblicazione del suo romanzo meno riuscito, è stato definito il ‘grande romanziere americano’ sulla copertina del Time Magazine: Jonathan Franzen (il libro di quel momento era ‘Libertà’). Lo inseriamo in questo elenco per la raccolta di saggi ‘La fine della fine della Terra’, pubblicata da Einaudi: una serie di testi eterogenei (che periodicamente raccoglie in libri che mantengono sempre una bellezza e una intensità, figlie probabilmente della loro discontinuità interna) che hanno però il loro fulcro intorno al tema dei cambiamenti climatici e del nostro modo di pensarli. Il punto di partenza, però, che serve per capire il Franzen saggista che deriva dal Franzen romanziere è questo: ‘Il saggio – scrive – ha le sue radici nella letteratura e la letteratura al suo meglio, le opere di Alice Munro, per esempio, vi invita a chiedervi se per caso non abbiate un po’ torto, o addirittura completamente torto, e a immaginare perché qualcun altro potrebbe odiarvi’. Come inizio, soprattutto in questi tempi di ossessiva ricerca del consenso, non si può dire che non sia interessante. Poi, ci sono sempre, i saggi sugli uccelli (Franzen è un birdwatcher abbastanza compulsivo) che possono risultare un po’ noiosi o indigesti, è vero, ma come insegna Pennac, sapendolo si possono serenamente saltare. Per arrivare dove lo scrittore gioca la sua partita polemica rispetto al tema del clima, in un modo che può fare arrabbiare, ma che, senza che ciò implichi una adesione alla sua visione, va detto che è un approccio problematico, e quindi interessante. ‘I cambiamenti climatici – scrive – sono colpa di tutti, cioè di nessuno. Chiunque può sentirsi virtuoso nel condannarli’. Come spesso accade nei suo pezzi di non fiction migliori (come il memorabile e seminale ‘Perché scrivere romanzi’), Franzen si appoggia a scritti di altri autori, in questo caso il libro ‘Reason in a Dark Time’ del filosofo Dale Jamieson, e arriva a concludere che ‘la grande speranza dell’Illuminismo – che la razionalità umana ci avrebbe permesso di trascendere i nostri limiti evolutivi – ha subito una batosta a causa di guerre e genocidi, ma solo adesso, con il problema del cambiamento climatico, è naufragata del tutto’.

La partita, dunque, per Franzen sta più nel modo in cui raccontiamo il tema del clima, nell’atteggiamento da ‘pensiero unico’ che la frangia ‘progressista’ a volte sembra voler imporre. Ma per lo scrittore il punto vero (e anche qui c’entrano gli uccelli) è che l’uomo sta provocando estinzioni di massa. ‘Io so già che non possiamo impedire il riscaldamento globale cambiando le lampadine. Eppure voglio fare qualcosa’. E questo qualcosa prende la forma di un ragionamento che è politico e comunicativo, nel quale vengono messe in mostra e in discussione le dinamiche mentali di fronte alla questione climatica (piuttosto che la questione climatica in sé, come invece fanno le frange ultra conservatrici). ‘Le azioni legate al clima – argomenta Franzen – poiché non producono alcun risultato percepibile, hanno un significato necessariamente escatologico: si riferiscono a un giorno del giudizio che speriamo di posticipare. La conservazione della regione amazzonica assume invece un significato di tipo francescano: aiuti una cosa che ami, che hai sotto gli occhi, e puoi vedere i risultati’. Il punto è questo. E fare finta di ignorarlo, perché in fondo è un punto scomodo, non avrebbe senso.

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