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Giovedì 16 maggio 2019 - 13:35

Reincontrare Kounellis, un’esperienza concettuale e primordiale

In Fondazione Prada a Venezia una retrospettiva curata da Celant
Reincontrare Kounellis, un’esperienza concettuale e primordiale

Venezia, 16 mag. (askanews) – Ci sono storie, dentro la storia dell’arte contemporanea, che si ricompongono per frammenti e per epifanie, spesso legate a dei luoghi che consentono di rimettere in scena un intero percorso. È quello che accade a Ca’ Corner della Regina a Venezia, il palazzo che ospita la sede lagunare di Fondazione Prada, dove è stata allestita una importante retrospettiva su Jannis Kounellis, curata da Germano Celant. Una narrazione ampia, che parte dalle prime opere in salsa quasi pop degli anni Sessanta e approda agli ultimi lavori degli anni Dieci del XXI Secolo, con molti cambiamenti di registro espressivo, ma anche la convinzione ribadita di essere sempre stato un pittore.

“Fondamentalmente il lavoro di Kounellis – ha spiegato Celant ad askanews – richiede una partecipazione fisica, che è quella dell’olfatto, dell’udito, nel senso che per lui la pittura non era un oggetto morto, ma era viva. Fondamentalmente era un oggetto che bruciava, e infatti c’è il fuoco, era un oggetto che poteva mordere, come quando aveva esposto un pappagallo, era un oggetto di cui si poteva sentire il profumo, come nel caso del caffè e della grappa, ed era anche un oggetto che si poteva suonare”.

Anche senza gli animali, che pure sono stati una presenza fondamentale nella poetica di Kounellis, la mostra in Fondazione Prada torna a spalancare porte decisive per capire come la ricerca concettuale si sia intrecciata qui alle materie elementari, ma pure a oggetti familiari, come gli armadi che reinventano un soffitto quasi alla Lewis Carroll oppure gli iconici cappelli e cappotti, indumenti divenuti più di un autoritratto dell’artista.

Insomma, attraverso piani e scale c’è la magnifica sensazione di potersi perdere di continuo, inseguendo una fase della carriera di Kounellis piuttosto che un tentativo di abbracciarne l’essenza, come in fondo accade davanti al cappello e cappotto su fondo dorato, una visione quasi cristologica, parola di Celant, che rappresenta uno dei luoghi più intensi della mostra veneziana. Cui va dato anche atto di presentare didascalie storiche, nelle quali si ricostruisce la vicenda espositiva di ogni lavoro.

“Contestualizzare il suo lavoro – ha aggiunto Germano Celant – vuol dire anche capire che il fuoco rappresenta l’idea di rivoluzione e di cambiamento che la generazione del 1966-1968 aveva come ipotesi, l’utopia di cambiare, di modificare la materia, quando poi arriva la reazione negli Anni 80, per problemi di mercato e così via, la paletta per dipingere diventa nera, quindi arriva il fumo e l’artista rimane solo”.

Solitudine che è un’altra delle parole chiave di questo nuovo incontro con Kounellis, solitudine nella folla, solitudine nel clamore delle grandi installazioni piuttosto che delle leggendarie mostre degli anni Sessanta e Settanta. Solitudine che è singolarità irriducibile e che fa dell’artista un protagonista imprescindibile del nostro stesso modo di pensare l’arte oggi.

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