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Venerdì 24 agosto 2018 - 14:06

Il compleanno di Borges: la letteratura come Altro e come Doppio

Il grande scrittore argentino nacque il 24 agosto 1899
Il compleanno di Borges: la letteratura come Altro e come Doppio

Milano, 24 ago. (askanews) – “Ogni scrittore finisce con l’essere il proprio discepolo meno intelligente”, dice, poco prima di fuggire dalla stanza in cui ha appena incontrato il proprio doppio più vecchio di 23 anni, il protagonista del racconto di Jorge Luis Borges “Venticinque agosto 1983”. Ovviamente questo protagonista si chiama Jorge Luis Borges e così pure l’uomo che era salito nella stanza poco prima di lui, scambiato per lui anche dal concierge dell’hotel di Buenos Aires, dopo avere firmato il registro. “Ci siamo mentiti – gli dice il più anziano – perché ci sentiamo due e non uno. La verità è che siamo due e che siamo uno”.

“Venticinque agosto 1983” non è il migliore dei racconti di Borges, ma rappresenta una buona porta d’ingresso, ovviamente posta alla fine della vita dello scrittore, in quel mondo di specchi, enciclopedie, tempi circolari, punti assoluti, libri e silenzio che è diventato la cifra, l’eredità, e anche il limite di una lezione letteraria sostanzialmente unica e, nella sua estensione relativamente limitata, carica di conseguenze. I semi di Borges, talvolta densi come il suo celebre “Aleph”, il punto che contiene tutti i punti, hanno generato una grande, sconfinata foresta. Ricordare questa foresta oggi, nel giorno della sua nascita, avvenuta a Buenos Aires il 24 agosto del 1899 (coetaneo di Hemingway, che era nato solo qualche settimana prima, il 21 luglio a Oak Park, Illinois), è un modo per restituire (attraverso il modesto specchio dell’interpretazione giornalistica) quel senso del Tempo che la letteratura, la saggistica e la poesia di Borges hanno cristallizzato e reso al tempo stesso fluido, quasi come la Teoria della Relatività e le sue conseguenze hanno fatto in campo scientifico.

L’Altro, anche se con il suo stesso volto e il suo stesso nome, è uno dei luoghi intorno ai quali si è raggrumato il genio apocrifo dello scrittore, e l’aggettivo “apocrifo” è usato volutamente, in onore di un’intuizione che Italo Calvino ha riassunto così: “Finse che il libro che voleva scrivere fosse già stato scritto, scritto da un altro, da un ipotetico autore sconosciuto, un autore di un’altra lingua, di un’altra cultura, e descrisse, riassunse, recensì questo libro ipotetico”. In quest’ottica, secondo lo scrittore italiano, Borges creò “una letteratura elevata al quadrato, e nello stesso tempo una letteratura con estrazione della radice quadrata di se stessa, una letteratura potenziale”.

E’ il grande momento di Jorges Luis Borges, sono i racconti capolavoro di “Finzioni”, nei quali ci si può imbattere nell’autore del “Don Chisciotte”, ossia un tale Pierre Menard, oppure in quello che è forse il più noto dei mondi creati dallo scrittore argentino, la Biblioteca di Babele dove sono conservati tutti i possibili libri, in tutte le possibili lingue, note o ignote. Il paradiso (o l’inferno, è uguale) di ogni bibliotecario – il mestiere che Borges svolse nella sua vita reale, come Kafka fu uno scrupoloso impiegato delle Assicurazioni Generali – ma anche il luogo periodico che diventa un labirinto senza via d’uscita. Qui scatta quella “sensazione di terrore metafisico” identificata da J.M. Coetzee che alimenta molte pagine borgesiane, ma che lo scrittore gestisce con la consapevolezza, lo ha notato Claudio Magris, che il tempo sia “un fiume che ci trascina, ma che siamo noi quel fiume”. La frase dello scrittore triestino sottintende un “al tempo stesso”, espressione che oggi sembra una delle possibili porte per accedere al labirinto borgesiano. Al tempo stesso per perdersi e scoprire che proprio la perdita dell’orientamento era il motivo del viaggio.

Questa modesta celebrazione trascura quasi tutto della biografia di Borges, del ruolo politico che, probabilmente controvoglia, si trovò per anni a incarnare, e non dice nulla delle sue letture, che furono davvero sconfinate (celebre il motto “Si vantino gli altri di ciò che hanno scritto, io mi vanto di ciò che ho letto”), né dell’anima gaucha e avventurosa che, sotto le apparenze, coltivò per tutta la vita. Ma ci sembra doveroso, almeno in chiusura, citare un verso della poesia “Spinoza”, nella quale Borges fissa il filosofo olandese del Dio in Tutto nel momento in cui traccia “l’infinito ritratto di chi è tutte le sue stelle”. Siamo tornati all’Aleph, a Shakespeare (che “somigliava a tutti gli uomini, tranne in ciò, che somigliava a tutti – in corsivo, ndr – gli uomini”), al senso infinito, circolare, misterioso, segreto e manifesto della letteratura. Felice compleanno, venerabile Borges.

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