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Martedì 12 dicembre 2017 - 09:31

Come cambia il sistema dell’arte: un potere policentrico

La classifica di Art Review: donne, filosofi e soprattutto artisti
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Milano, 12 dic. (askanews) – Un sistema dell’arte meno maschile, meno legato al denaro e più aperto alle novità, siano esse filosofiche, di genere o tecnologiche. Dall’annuale classifica di Art Review sui cento personaggi più influenti nella variegata costellazione dell’arte contemporanea si svela uno scenario decisamente diverso rispetto al 2016, quando dominavano solidi curatori e famosi galleristi. Quest’anno al primo posto c’è un’artista, la tedesca Hito Steyerl, che realizza film – come il recente “Factory of the Sun” – a metà strada tra il documentario e delle strane forme di sogni tecnologici. Subito dietro di lei un pezzo da Novanta (ma non ancora cooptato dal mainstream) come Pierre Huyghe, che la rivista definisce “artista concettuale cerebrale”, noto per il cane dalla zampa fucsia a Documenta, i grandi interventi e, anche lui, per i film. Sul terzo gradino del podio una filosofa, Donna Haraway, femminista e rappresentante della Teoria cyborg, che studia i rapporti tra la scienza e l’identità di genere. Come si vede tutto molto diverso rispetto a 12 mesi prima, quando a dominare erano il curatore globe-trotter Hans Ulrich Obrist, insieme a mister Documenta 14 Adam Szymczyk e ai galleristi Wirth.

Tra le new entry, spicca al nono posto un altro filosofo della scienza, il francese Bruno Latour, tra le altre cose esponente anche della “non modernità”, mentre tra gli artisti, va segnalato che Wolfgang Tillmans (undicesimo) resta davanti ad Ai Weiwei (tredicesimo), subito prima di un’altra importante nuova entrata, quella di Joan Jonas, definita “leggendaria artista video e performer”. Scendono invece i galleristi: se David Zwirner (quinto) perde solo una posizione, i già citati Iwan e Manuela Wirth (settimi) ne perdono quattro e il mitico Larry Gagosian addirittura nove, fermandosi al 15esimo posto. La sensazione complessiva è quella di un mondo dell’arte sempre più policentrico e meno occidentalizzato, ma anche meno legato al boom del mercato cinese degli scorsi anni. Così, in questo scenario fluido, un Jeff Koons, definito “onnipresente artista Pop neoliberale e milionario del Baloon Dog”, perde ben 24 posizioni (ora è 54esimo), mentre Marina Abramovic, “celebrità della performance”, retrocede di 43 gradini, precipitando all’89esimo posto. Di Damien Hirst, benché reduce dall’impresa narrativa senza precedenti di Venezia, non c’è neppure traccia.

In questo contesto, così attento alle dinamiche della scienza, ai media, a cose come l’intelligenza artificiale, ma anche ai temi sociali, è normale vedere finalmente entrare in classifica Philippe Parreno (60esimo), artista slegato dagli oggetti e proiettato nel futuro e, insieme a lui, anche Kader Attia (75esimo), franco-algerino che racconta il mondo post coloniale. Da registrare poi i passi avanti di un Olafur Eliasson, che dal 74esimo è passato al 63esimo posto.

Nella classifica spicca l’assenza di artisti italiani – niente Cattelan o Vezzoli – mentre invece brillano Miuccia Prada (33esima, + 12 posizioni), con una citazione esplicita per la Fondazione Prada a Milano, Patrizia Sandretto Re Rebaudengo (69esima, tre passi avanti), apprezzata anche per lo sbarco in Spagna, e Cecilia Alemani (new entry al 78esimo posto), curatrice del Padiglione Italia all’ultima Biennale di Venezia e lanciata tra la High Line di New York e i progetti per Art Basel. Tre donne di successo insomma, mentre i maschi del nostro Paese perdono posizioni: il curatore Massimiliano Gioni resta il primo italiano al 22esimo posto (era 15esimo nel 2016), mentre il gallerista Massimo De Carlo si ferma al 66esimo, due gradini più in basso rispetto all’anno passato.

I criteri scelti da Art Review, per i quali capita di sentire talvolta la parola “opacità”, possono essere messi in discussione ovviamente, ma, nell’opinabilità di qualsiasi classifica che non si basi solo su punteggi certi, resta la sensazione di una lettura fresca, diversa, irriverente anche (con Kassel e Venezia che vengono in un certo senso snobbate a favore dello Skulptur Projekte di Munster), e quindi interessante, al di là della condivisione o meno delle conclusioni della rivista. Qualcosa, non c’è dubbio, nella percezione del mondo dell’arte contemporanea si sta muovendo, teniamo gli occhi aperti.

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