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Lunedì 10 luglio 2017 - 12:12

Riconoscere il peso del mondo: dentro il padiglione tedesco

Un racconto del lavoro di Anne Imhof, Leone d'oro alla Biennale
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Venezia, 10 lug. (askanews) – Quando si esce dal padiglione della Germania alla 57esima Biennale d’arte di Venezia la sensazione che si porta con sé somiglia al peso del mondo intero, ma non portato sulle spalle, piuttosto diffuso, atomizzato, condensato nei corpi dei performer che hanno appena terminato di mettere in scena il Faust di Anne Imhof, progetto enorme e assolutizzante che ha vinto con merito il Leone d’oro per le partecipazioni nazionali. Il lavoro di Imhof è talmente potente, talmente declinato sul confine tra la dimensione del visibile – e quindi dell’apparentemente noto – e quella dell’invisibile e dell’incomprensibile, da assorbire ogni cosa, compreso il tempo, che nel padiglione tedesco gode, almeno nei momenti della performace, di una sua diversa processione, quantistica piuttosto che lineare.

Il messaggio che Anne Imhof vuole veicolare è fortemente politico, una denuncia del Potere, qualcosa di orwelliano se volete, ma in una veste tragicamente punk e molto più contemporanea. Faust significa pugno, e i pugni dei performer colpiscono spesso i vetri che strutturano in padiglione su più livelli, allargando e al tempo stesso riducendo la possibilità di visione, ma sono pugni che non riescono a colpire il mostruoso bersaglio a cui si oppongono, perché per Imhof ormai anche i nostri corpi non sono altro che oggetti del Capitale.

Come spesso accade con le opere d’arte veramente importanti però – e per fortuna – l’esito del lavoro va ben oltre la cornice nella quale è stato concepito. E così la riflessione che si innesca è sull’umano a tutto tondo, sulla corporeità come problema irrisolto, sull’amore e sul sesso, sia esso autoerotismo oppure una lotta che è tanto violenta e disperata quanto pure sensuale (nel senso del coinvolgimento di tutti i sensi, il piacere invece appare chiaramente messo al bando, proprio come accadeva in 1984). Ecco, un altro aggettivo che ha coerenza usare è proprio “disperato”, nel senso etimologico definito di una situazione dalla quale la speranza è esclusa. Ma qui, dentro questo caotico Faust nel quale il pubblico offre un rifugio e al tempo stesso fa da prigione ai performer, qui l’assenza di speranza è anche un’opportunità per guardare in modo più lucido, in primo luogo a noi stessi.

Noi che ci muoviamo quasi in sogno non sapendo in quale dei tre grandi spazi del padiglione accadrà la prossima azione decisiva; noi che guardiamo la ragazza sul precipizio e in qualche modo speriamo che si butti – non lo farà, per la cronaca -; noi che ci facciamo aria con i ventagli e molto spesso, anche nei momenti più drammatici della messa in scena, filmiamo con gli smartphone e sorridiamo. Ma, a ben guardare, sono sorrisi che nascondono l’imbarazzo e la paura di esserci riconosciuti, pur nella distanza siderale che apparentemente ci separa da quanto accade nell’opera d’arte, esserci riconosciuti per ciò che siamo, brutalmente e in profondità. Esseri. Umani. E il resto, qui, adesso, appare soltanto sovrastruttura.

Scultoreo e periodico – i corpi si muovono colti, le azioni si ripetono – il Faust dell’artista tedesca è un dramma che ricorda una delle cose migliori che si siano viste nelle ultime Biennali, il Vangelo secondo Matteo di Virgilio Sieni, portato dal coreografo fiorentino alla Biennale Danza nel 2014. E dunque diventa inevitabile ritornare a pensare a come le diverse forme di espressione artistica – la Imhof presenta nel padiglione tedesco anche dipinti e sculture, oltre che musica – siano in fondo solo sfumature, siano tasselli di un quadro più grande che, talvolta, si ha la fortuna di vedere composto e compiuto. Il che non vuol dire che ci siano “soluzioni”, in fondo ci sono solo domande, ma che esistono “interpretazioni” complesse ed efficaci, momenti nei quali le cose si chiarificano e vivono di un’altra intensità. Anche se poi il prezzo da pagare è il peso del mondo.

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