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Giovedì 1 dicembre 2016 - 13:47

Ortoleva: Primo Levi ha insegnato a guardare anche al carnefice

Con la sua chiarezza voleva andare oltre l'apparente evidenza
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Milano, 1 dic. (askanews) – “Primo Levi è tornato su Auschwitz alla fine della sua vita, dopo essere andato in pensione, con un’opera letteraria che è il romanzo ‘Se non ora quando’ e con un’opera che non è strettamente letteraria, è una raccolta di saggi di fatto, ‘I sommersi e i salvati’. In questi saggi noi troviamo insieme la straordinaria limpidezza che lui cerca in tutto il suo pensiero e anche, e questo è un aspetto straordinario, la sua volontà di andare oltre l’apparente evidenza”. Così il professor Peppino Ortoleva, ordinario di Storia e teoria dei media all’Università di Torino, ha parlato ad askanews dell’ultima produzione di Primo Levi e del suo ritorno sui temi della Shoah, in occasione dell’inaugurazione della mostra che il Museno nazionale della Scienza e della Tecnica Leonardo da Vinci di Milano ha dedicato allo scrittore torinese.

“Quello che Levi cerca nell’esperienza di Auschwitz – ha proseguito Ortoleva – è l’estrema complessità e stratificazione degli esseri umani, la loro varietà e quindi anche il cercare di capire come si potesse essere carnefici, oltre che vittime. Noi abbiamo fin troppo la tendenza a celebrare le vittime, senza chiederci come lo siano potute diventare e senza chiederci se noi, in un certo momento, saremmo vittime o carnefici. Primo Levi, che pure vittima lo era stato e fino in fondo, salvo per fortuna sopravvivere, si chiedeva che cosa volesse dire essere un carnefice e con la sua mente chiarissima ci insegna moltissimo su questo”.

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