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pubblicato il 03/ott/2013 16:58

Vajont: una tragedia annunciata

Vajont: una tragedia annunciata

(ASCA) - Longarone (BL), 3 ott - La strage del Vajont, la sera del 9 ottobre 1963, non e' stata causata, come ancora qualcuno ritiene, dalla caduta della diga costruita sul torrente Vajont. Questa e' rimasta in piedi. I 1910 morti di quella catastrofe sono le vittime di un'esplosione d'acqua devastante a seguito della frana nel bacino idroelettrico artificiale del Vajont del versante nord del monte Toc.

Versante che si muoveva da tempo. L'onda maledetta ha superato la diga ed e' piombata su Longarone ed i paesi sottostanti, travolgendo tutto e tutti. Da giorni si stava innalzando il livello del bacino, fino a sopra quota 700 metri, per collaudare l'impianto. Si riteneva che l'operazione fosse compatibile con i movimenti della montagna, la cui frana era stata accertata ancora nel 1959 dal geologo Edoardo Semenza, figlio di Carlo, il progettista dell'impianto. Alle ore 22.39 del 9 otobre, circa 270 milioni di metri cubi di roccia (un volume quasi triplo rispetto all'acqua contenuta nell'invaso) scivolano, alla velocita' di 30 m/s (108 km/h), nel lago artificiale (che contiene circa 115 milioni di m'' d'acqua) provocando un'onda di piena che supera di 200 m il bordo della diga. L'onda non solo ricade oltre la diga, quindi su Longarone, ma lambisce, dalla parte opposta, i paesi di Erto e Casso, con distruzioni anche su questo versante. Le vittime si contano a Longarone (ben 1450), Codissago e Castellavazzo, ad Erto e Casso. Spariscono i paesi di Frase'gn, Le Spesse, Il Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana, San Martino, Fae', la parte bassa dell'abitato di Erto, Longarone, Pirago, Mae', Villanova, Rivalta. Vengono profondamente danneggiati gli abitati di Codissago, Castellavazzo, Fortogna, Dogna e Provagna. Danni anche nei comuni di Soverzene, Ponte nelle Alpi e nella citta' di Belluno dove viene distrutta la borgata di Caorera, e allagata quella di Borgo Piave.

Dello sbarramento del Vajont si comincia a parlare ancora nel 1926. Nel 1929 viene presentata la prima domanda di concessione. Nel 1930 Giorgio Dal Piaz propone una relazione inerente all'assenza di franamenti importanti lungo le sponde del bacino tra la zona di Pineda (a est) e il ponte di Casso (a ovest). Nel 1937 viene proposto un nuovo progetto con spostamento della diga piu' a ovest. Il massimo invaso e' previsto a quota 660 m.s.l.m. Nel 1939 Semenza formula il progetto di un unico impianto per accumulare le acque del fiume Piave dopo il loro transito nella diga di Pieve di Cadore, nel bacino artificiale di Vajont tramite tubazioni con dislivello minimo e quindi minor perdita di energia gravitazionale. A questo sistema si sarebbero aggiunti, tramite condotte e ponti-tubo, anche altri laghi. La domanda per un bacino alto fino a quota 667m slm, e' formalizzata nel 1940 La concessione e' accordata con D.P.R. nr. 729 del 21 marzo 1948; il progetto iniziale prevedeva una diga a doppio arco alta 202 m con un invaso di 58,2 milioni di metri cubi.

Si decide allora di innalzare il coronamento della diga fino a 679 m.s.l.m. I lavori di costruzione cominciano nel 1957: il versante sovrastante del Toc viene tenuto sotto controllo, ma inizialmente non furono segnali pericoli. Nel 1959 il geologo Edoardo Semenza - figlio del capo progettista Carlo Semenza - segnala una paleofrana. Nel 1959 l'invaso e' pronto e si comincia a riempirlo. Ma il 4 novembre 1960, con il livello del lago a 650 m.s.l., si verifica una frana di 800 metri cubi. Iniziano tutta una serie di sondaggi. Nel 1960 il geologo Caloi rileva fino a 150 m di roccia fratturata. Nel 1961 Carlo Semenza decide un test con modello in scala 1:200 del bacino del Vajont ipotizzando l'eventualita' di una frana con superfici di movimento di 30* e 40* e tempi di frana valutati fino al tempo di un minuto. Risultato? Non c'e' motivo di temere ne' cedimenti della diga ne' svasi oltre la stessa da parte delle onde anomale generate, non piu' alte di una trentina di metri, corrispondenti a 40 milioni di m'' nel peggiore dei casi. Ma, come si ricordera', la frana del9 ottobre 1963 risulta di quasi 300 milioni di m'' (circa 8 volte il valore massimo previsto) e cadde a velocita' tripla di quella prevista.

''Si era dunque nel giusto - scrive la giornalista Tina Merlin, corrispondente dell'Unita', che con un anticipo di 2 anni scrisse quanto sarebbe avvenuto - quando, raccogliendo le preoccupazioni della popolazione, si denunciava l'esistenza di un sicuro pericolo costituito dalla formazione del lago. E il pericolo diventa sempre piu' incombente. Sul luogo della frana il terreno continua a cedere, si sente un impressionante rumore di terra e sassi che continuano a precipitare. E le larghe fenditure sul terreno che abbracciano una superficie di interi chilometri non possono rendere certo tranquilli''.

fdm/

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