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pubblicato il 04/ott/2013 13:30

Vajont: Sirena, il 9 ottobre 1963 la Sade inganno' anche i suoi uomini

(ASCA) - Roma, 4 ott - ''La sera del 9 ottobre 1963 molti tecnici e capi impianto salirono alla diga del Vajont, comandati dalla Sade, perche' la situazione era vicina al punto critico. La Sade aveva ingannato anche i suoi uomini. Da giorni si sapeva che la frana stava per cadere ma l'ordine di sgombero fu dato solo per chi abitava nelle case sotto il Toc. Gli alberi camminavano, le crepe si allargavano, tutta la montagna si muoveva a vista d'occhio, solo un filo la teneva ancora appesa, in bilico sopra il lago. Duecentosessanta milioni di metri cubi. Quella frana Edoardo Semenza l'aveva scoperta fin dal 1959. Poi era stata misurata, stimata, scrutata. Dagli iniziali 50 milioni di metri cubi la stima era salita a 200. Avevano disseminato la montagna di vetrini sulle linee di frattura per spiarne i sussulti. Avevano chiesto ai geotecnici come si potesse tenerla sotto controllo, Leopold Muller aveva risposto (XV rapporto, febbraio 1961) che non c'era soluzione. Impraticabile ridurre la penetrazione dell'acqua, impossibile demolirla a pezzi o drenare la massa, improponibile cementare la frana, pericoloso far cadere la fronte con l'esplosivo per creare uno zoccolo al piede. Nulla si poteva piu' fare. L'unica iniziativa che la Sade prese fu la costruzione di una galleria, destinata a restare sepolta quando la frana sarebbe caduta, per far defluire l'acqua del Vajont da una parte all'altra del bacino che sarebbe rimasto diviso in due. L'illustre geologo Giorgio Dal Piaz e Francesco Penta, anch'egli geologo, membro della commissione di collaudo e nello stesso tempo consulente della Sade, erano ottimisti, ''speravano'' che la frana non venisse giu' tutta insieme. ''Anch'io lo spero'', aveva chiosato nell'aprile del 1961 Carlo Semenza, il progettista della diga, in una lettera angosciata al suo vecchio maestro, l'ing. Ferniani. Aveva pure aggiunto un punto esclamativo, come a sottolineare il suo disaccordo verso chi si affidava alle speranze e non alle evidenze scientifiche. Poi Semenza era morto, e al suo posto erano subentrati uomini che non avevano ne' la stoffa ne' il coraggio ne' l'autorevolezza di Semenza che era il solo che avrebbe forse potuto e saputo convincere i grandi capi della Sade a fermare tutto. Alberico Biadene non lo fece e avvio' il terzo e ultimo invaso. E ormai era tardi. Come in una sequenza fatale, piccoli e grandi eventi si concatenavano fino al punto di non ritorno, quando ormai tutto era irrimediabilmente lanciato verso la catastrofe. Ad una Sade cieca e sorda non restava che affidarsi ad un'irragionevole e irrazionale fiducia: che la montagna cadesse lenta, che si lasciasse convincere a venire giu' in due o tre pezzi, adagiandosi tranquilla sul fondo. Lo svaso in quei giorni si era fatto da veloce a precipitoso, occorreva abbassare il livello del bacino da quota 710, raggiunta il 4 settembre, a quota 700, indicata nelle prove su modello eseguite a Nove nel 1961-62 come la quota di massima sicurezza. Un azzardo anche questo, basato su dati ottimistici forniti dalla Sade ad Augusto Ghetti, luminare di idraulica dell'universita' di Padova e consulente della societa' elettrica. Gli esperimenti erano stati tarati su un tempo di caduta di un minuto, ma la frana scese in 20 secondi con effetti esponenziali (se a quella quota e con quel tempo di caduta era stata calcolata un'onda di 20 metri, in 20 secondi l'ondata si sollevo' per 200). La gente della frazione di Vajont, sotto la diga, fu avvertita che forse sarebbe uscita un po' d'acqua: qualche spruzzo oltre il coronamento, stessero pure tranquilli. Tutti, dunque, sapevano che la montagna stava per cadere nel lago. Questione di giorni, forse di ore. Ma la Sade rassicurava. Notizie esagerate, notizie allarmistiche, dicevano i capi. La stessa cosa avevano detto anni prima degli articoli di Tina Merlin sull'Unita' che rivelavano l'esistenza di una enorme frana incombente e denunciavano il pericolo. Il rapporto di Muller era chiaro: se non si poteva fare niente, l'unica alternativa era fermare tutto e rinunciare all'impianto. Ma la Sade si aggrappava non piu' alla scienza, ma all'irragionevole speranza. Soprattutto ai soldi, come aveva sempre fatto. Fermare tutto avrebbe voluto dire rinunciare al collaudo, agli indennizzi della nazionalizzazione, alla terza rata dei contributi a fondo perduto ancora da incassare. La corsa al collaudo doveva continuare. Si', la legge della nazionalizzazione prevedeva che fossero indennizzate le societa' e non i singoli impianti e che l'indennizzo venisse calcolato sulla base dei valori di borsa dei tre anni precedenti alla presentazione del disegno di legge (1959-1961). Ma quale sarebbe stato il valore di borsa se la Sade non avesse nascosto anche alla commissione di collaudo cosa stava davvero succedendo al Vajont? E quanto valore avrebbe avuto il grande sistema integrato Piave-Boite-Mae'-Vajont? E perche', allora, Feliciano Benvenuti, amministratore provvisorio di Enel-Sade, la societa' di transizione, aveva accettato la consegna degli impianti nel luglio del 1963 solo con beneficio d'inventario, riservandosi di controllare piu' avanti la condizione dei beni trasferiti? E perche' la Sade si era affrettata a far funzionare la centrale intermedia del Colomber, senza nemmeno collaudo ne' autorizzazione provvisoria (pago' poi solo l'ing. Quirino Sabbadini, direttore dei servizi idroelettrici della Sade, una ammenda di 200 mila lire)? E perche', ancora, Vito Antonio Di Cagno, presidente dell'Enel, qualche giorno dopo il disastro mise in mora la Sade con un telegramma nel quale contestava la ''mancanza delle qualita' essenziali della intera opera a fini elettrici''? La Sade aveva rifilato all'Enel una diga bacata. Anche a Longarone davano ascolto alla Sade. Sapevano della frana, ma si fidavano delle rassicurazioni di una societa' che diceva che non c'era pericolo, che tutto era sotto controllo. Pensavano, a Longarone, che non potevano essere cosi' pazzi. Esagerazioni degli ertani, allarmismi dei comunisti. E intanto lassu', sulla diga, i fari sciabolavano la montagna. Mario Pancini, il capo dell'impianto del Vajont, era andato in ferie in America, Biadene, successore di Semenza a capo del Sci (Servizio costruzioni idrauliche) e poi vicedirettore generale, lo richiamo' urgentemente: ''Sul Vajont le cose si mettono al peggio''. Poi aggiunse: ''Che Iddio ce la mandi buona''. Sapevano bene dunque del rischio, e dell'azzardo. ''Tutti sapevano, nessuno si mosse'', scrisse il giorno dopo il disastro Tina Merlin, mentre gli altri giornali, che mai, prima, avevano scritto una riga di denuncia, piangevano sui morti e sostenevano che era stata una imprevedibile catastrofe naturale. Nessuno aveva detto la verita' nemmeno ai dipendenti della Sade, vittime anche loro della cieca fiducia nella tecnica, della retorica dello sviluppo, della onnipotenza di una societa' elettrica che da decenni spostava i fiumi, violentava le montagne, cambiava la morfologia, prosciugava il territorio, plasmava la materia credendosi un demiurgo. Senza rispettare i limiti imposti dai disciplinari di concessione, prelevava a Soverzene tutta l'acqua del Piave e spostava il fiume sul Livenza, tanto che la portata all'altezza di Belluno era calata da 50 a 4 metri cubi al secondo. Dal 1922 non aveva pagato per decenni nemmeno una lira di canone. Espropriava i contadini per poche lire obbligandoli ad emigrare. Provocava con i suoi lavori frane e lesioni agli abitati. Avanzava con lavori abusivi. Aveva detto Guglielmo Celso, sindaco socialista di Longarone, quando era consigliere provinciale nei primi anni 50: ''Esistono degli speciali rabdomanti i quali hanno la capacita' di sentire nelle nostre acque non il canto del Piave ma il tintinnio dei dollari''. Alessandro Da Borso, presidente della Provincia, democristiano, allargava le braccia: ''La Sade e' uno Stato nello Stato''. Giorgio Bettiol, Pci, presentava interrogazioni in Parlamento sulla situazione di pericolo sul Vajont. Ma poi anche Celso, che nel disastro perse la vita, pensava che forse gli ertani esageravano e che nemmeno la Sade poteva mettere a rischio cosi' la vita della gente. Alle 22,39 l'ultimo filo si spezzo'. Duecentosessanta milioni di metri cubi piombarono di colpo nel lago sollevando 50 milioni di metri cubi d'acqua. I morti ufficiali furono 1910. Compresi i dipendenti e i tecnici Sade che erano saliti alla diga. Non fu ''incuria'', come qualcuno oggi si ostina a dire, come fosse un fatto di scarsa manutenzione. Fu delitto. Il Vajont e' l'esempio finale e piu' grave di un sistema di sfruttamento totale dei fiumi della montagna. Altro che ''energia pulita''. Aver capito la ''lezione del Vajont'' non puo' oggi che voler dire cambiare questo sistema che e' ancora tutto in piedi''.

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