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pubblicato il 10/lug/2014 12:00

Tesoretto dei Casalesi: sequestrati 100mln di beni a imprenditore

Sigilli alle aziende di Alfonso Letizia ritenuto affiliato clan

Tesoretto dei Casalesi: sequestrati 100mln di beni a imprenditore

Roma, 10 lug. (askanews) - Cento milioni di euro, il tesoretto dei Casalesi è finito sotto sequestro grazie a un'operazione della direzione investigativa antimafia di Napoli che ha messo i sigilli alle aziende riconducibili all'imprenditore 67enne Alfonso Letizia, operante nel settore del calcestruzzo. Secondo gli investigatori l'imprenditore è da ritenersi un vero e proprio affiliato al clan: in cambio di una posizione dominante sul mercato aveva messo a disposizione della "famiglia" le sue aziende e strutture. Il provvedimento di sequestro è stato emesso dal presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Corinna Forte, su richiesta del direttore della Dia Arturo De Felice. I beni, tutti riconducibili all'imprenditore mondragonese, oggetto del sequestro sono sette aziende, con sede a Mondragone, 81 immobili, tra terreni e fabbricati, quasi tutti nel casertano, 29 tra auto e moto e numerosi rapporti finanziari. Secondo le indagini degli investigatori della Dia, l'imprenditore, "era il punto di riferimento del clan dei Casalesi, famiglia Schiavone, in quanto metteva stabilmente a disposizione della famiglia i propri impianti di produzione del calcestruzzo e le proprie strutture societarie, ottenendo, di contro, dall'organizzazione mafiosa, l'ingresso nel novero delle aziende oligopoliste presenti sul mercato casertano". In particolare "l'organizzazione mafiosa, avvalendosi della capacità di assoggettamento e intimidazione derivante dal vincolo associativo, imponeva sui cantieri controllati le forniture di calcestruzzo provenienti dalle loro aziende". L'indagine ha evidenziato un meccanismo definito come "cooptazione camorrista del fornitore": il clan individuava e imponeva l'imprenditore quale fornitore di calcestruzzo e, per remunerare il clan, l'imprenditore forniva il calcestruzzo a prezzi di gran lunga maggiorati rispetto a quelli di mercato. Secondo i giudici "è il vero dominus dell'intero omonimo gruppo imprenditoriale" e soprattutto "ha intrattenuto personalmente i contatti con esponenti del clan casalese e mondragonese funzionali alla più proficua gestione delle proprie imprese, ha posto in essere condotte delittuose per il tramite di talune delle citate compagini". I rapporti inquinati tra l'imprenditore Alfonso Letizia e i clan camorristici - sottolinea la Dia - hanno avuto origine alla fine degli anni settanta e si sono protratti lungo tutto il suo percorso di vita imprenditoriale. E con la sua vicinanza al clan l'uomo è passato dall'indigenza alla ricchezza: ha ottenuto "considerevoli vantaggi patrimoniali" e "utili finanziari, reinvestiti in immobili e beni strumentali delle aziende ma anche "generica protezione" e "alcuni servizi aggiuntivi, come picchiare un sindacalista scomodo", e "ha sfruttato per il proprio personale arricchimento il potere di intimidazione del sodalizio, partecipando contemporaneamente al suo prosperare e al mantenimento del controllo sul territorio grazie all'asservimento delle proprie società agli ideali ed al modus operandi del clan". Ovvero secondo gli inquirenti a tutti gli effetti un "imprenditore colluso".

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