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pubblicato il 16/mar/2011 15:11

"Malati reclusi all'inferno", l'orrore dei manicomi giudiziari

Internati senza dignità, molti possono uscire ma mancano le cure

"Malati reclusi all'inferno", l'orrore dei manicomi giudiziari

Roma, 16 mar. (askanews) - Decine, centinaia di esseri umani ridotti a sopravvivere per anni in strutture più simili a un lager che a un nosocomio, per quanto giudiziario. Ospedali solo nel nome, visto che chi ha visitato quegli ambienti e incontrato i 'fantasmi' che li popolano ne parla come "l'inferno dei dimenticati". Luoghi dove le lenzuola non vengono sostituite per settimane, ovunque lezzo di urina e sporcizia, letti arrugginiti, giacigli di costrizione con un foro nel mezzo per la caduta degli escrementi degli internati che ci vengono legati sopra per giorni. Stanze da quattro posti dove vivono in nove, bagni da terzo mondo, dove nel buco 'alla turca' si infilano bottiglie d'acqua per evitare la risalita dei ratti dalle fogne. Nessuna terapia. Benvenuti negli ospedali psichiatrici giudiziari italiani, dove da anni dei poveracci sono rinchiusi in un orrore indescrivibile. Non solo: molti hanno commesso reati minori - i cosiddetti 'bagatellari' con pene inferiori a 2 anni - ma non sono più usciti a causa del loro stato mentale, mai veramente curato, che ha causato infinite proroghe delle misure cautelari. Come quel matto che nel 1992 si è infilato una mano in tasca fingendo di avere una pistola e ha fatto una rapina da 7 mila lire in un'edicola, e ancora sta dentro, dopo 20 anni. O quell'altro, pazzo certo, ma più che altro malato, incapace, che 25 anni fa si è vestito da donna ed è andato davanti a una scuola. Non è più uscito, anche lui ancora internato. Gli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) sono nati a metà degli anni Settanta in sostituzione dei precedenti manicomi criminali, strutture giudiziarie dipendenti dal Ministero della Giustizia. Sono rimasti esclusi dalla legge Basaglia del 1978 che ha riformato i manicomi e la loro organizzazione è di fatto ferma al codice Rocco del 1930. In Italia ce ne sono sei (a Barcellona Pozzo di Gotto, Reggio Emilia, Aversa, Montelupo Fiorentino, Castiglione delle Stiviere e Napoli-Secondigliano). Dentro ci vivono recluse 1.535 persone, molte hanno commesso crimini efferati, ma più di 300 sarebbero dimissibili, potrebbero cioè uscire da dietro le sbarre per essere curati dalle Asl sul territorio, come qualunque persona con malattie mentali. Il problema è che le aziende sanitarie regionali non offrono e spesso non vogliono offrire percorsi alternativi e il giudice di sorveglianza è costretto a firmare proroghe su proroghe.

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