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pubblicato il 01/mag/2011 10:52

Kampusch/ Natascha racconta: Papà mi abbandonò con il carnefice

Rapita a dicei anni e vissuta segregata per otto

Kampusch/ Natascha racconta: Papà mi abbandonò con il carnefice

Roma, 1 mag. (askanews) - "Otto anni in mano all'aguzzino, dimenticata da papà". Natascha Kampusch, rapita in Austria nel 1998 a dieci anni e rinchiusa nello scantinato di una villetta di periferia, racconta in una intervista al Corriere della Sera, la prima in italiano, la sua storia. Fu rapita la mattina del 2 marzo 1998: a pochi metri da casa, uno sconosciuto la afferra, la carica sul furgone, la copre con un plaid e la porta via. Seguono otto anni di rimorsi, di sofferenza, di violenze, di minacce, di paura e di buio con il rumore di un ventilatore sempre acceso. "Perché proprio io?", si chiede Natascha. "Me lo sono chiesta per tanti anni. Passato il primo periodo in cui speravo ancora di essere trovata, ho pensato che sarei morta e poi ho cominciato ad avere la certezza che avrei passato tutta la vita con lui nello scantinato. Lui stesso mi diceva che non mi avrebbe mai liberata. Ero diventata una sua creazione, mi sentivo condannata a questa pena e mi chiedevo spesso qual era la mia colpa". Natascha racconta in un libro del dominio totale che il rapitore cercava di imporle. Racconta le debolezze, il terrore che il suo rapitore non tornasse più ("se lui fosse scomparso, sarei morta anch'io"), il ribrezzo e il sollievo di rivederlo, l'ambiguità dei rapporti, necessaria per sopravvivere: "Dovevo accettare, a volte apparire sottomessa per sopravvivere, altre volte dovevo impormi e sembrare più forte di lui: non ho mai obbedito quando mi chiedeva di chiamarlo 'padrone'". Anche questa testardaggine l'ha salvata: " difficile da capire, se non sei coinvolto. Io a volte mi sentivo molto forte e cercavo di fargli riconoscere la sua debolezza. Sono cristiana e battezzata e credo nel bene racchiuso in ogni persona. Così, credo nel perdono. Io lo consolavo per il crimine che aveva commesso contro di me, dovevo riuscire a vivere con quella persona...". Una relazione forzata sempre e a tratti rovesciata. Poi, d'improvviso, le crudeltà: "I tuoi genitori non vogliono pagare il riscatto, non hai più famiglia, sono io la tua famiglia", si sentiva ripetere. Poi di nuovo quel che può apparire assurdo. "Dopo un paio di mesi passati in prigione, lo pregai per la prima volta di abbracciarmi. Avevo bisogno del conforto di un contatto, di sentire il calore umano... Mi sentivo infinitamente piccola e debole".

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