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pubblicato il 10/feb/2014 09:05

Giorno ricordo: Cristicchi,vergogna non aver saputo.Politica non c'entra

Giorno ricordo: Cristicchi,vergogna non aver saputo.Politica non c'entra

(ASCA) - Roma, 10 feb 2014 - Uscito dal magazzino n. 18 del Porto vecchio di Trieste - dove, tutt'oggi, restano ammassate le masserizie lasciate in deposito dagli esuli dell'Istria e della Dalmazia nel 1947 - ha prevalso ''la vergogna di non aver saputo''. Questo ha spinto ''il cittadino e l'artista'' Simone Cristicchi a mettere in scena 'Magazzino18', lo spettacolo teatrale scritto con Jan Bernas (autore del libro 'Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani'') dedicato all'esodo forzato di 350.000 italiani dalle terre rientrate definitivamente nei confini jugoslavi con la firma del Trattato di pace del '47.

Per non dimenticare loro e i quasi 10.000 Italiani di oltre Adriatico morti, tra il 1943 e il 1947, infoibati per mano delle truppe partigiane titine, solo nel 2004 una legge della Repubblica e' arrivata a stabilire, il10 febbraio, la solenne Giornata del ricordo. ''Cio' mette in luce un grandissimo gesto di umilta' da parte del popolo degli esuli: aver sopportato per decenni, in silenzio, questa dimenticanza, questo oblio. Non aver mai fatto una protesta, mai una manifestazione nelle piazze per rivendicare il proprio diritto al dolore. E questa e' una cosa che tutti gli italiani dovrebbero ammirare'', afferma Cristicchi interpellato dall'ASCA.

Eppure, nonostante gli sforzi recenti di Italia, Slovenia e Croazia per riconciliarsi all'insegna di una lettura condivisa del dolore patito da tutte le parti - le popolazioni slave, a loro volta, furono prima vittime delle atrocita' fasciste - gli italiani del 21mo secolo sembrano ancora incapaci di considerare quella tragedia parte di una memoria nazionale collettiva, al di sopra di logiche di fazione.

Al netto di un successo da 20.000 spettatori, in oltre 30 repliche, non sono mancate, ad esempio, le dure contestazioni di Scandicci per sospendere la messa in scena, ne' le esplicite accuse di parzialita' e revisionismo storico nei confronti dell'opera.

''Succede che questa storia e' stata sempre un baluardo per l'estrema destra e, di conseguenza, l'estrema sinistra ha sempre cercato di attaccare e giustificare in qualche modo le foibe, cosa che non mi trova assolutamente d'accordo'', precisa Il cantautore. ''Addirittura - denuncia - oggi c'e' chi va in giro con la maglietta 'I love foiba', gente che scrive sulla mia pagina Fb 'le foibe sono ancora aperte per voi, ti ci accompagno io'. Insomma c'e' uno scontro violentissimo su questa vicenda''.

Reazioni ''che, in parte, mi aspettavo - argomenta Cristicchi - poiche' con questo testo andiamo a toccare dei nervi ancora scoperti e quando si nasconde una verita', e' come una pentola a pressione: prima o poi esplode. Devo dire, pero', che queste accuse e queste polemiche nei miei confronti sono giunte solo dalle fazioni piu' estreme, sia da destra, sia da sinistra, addirittura da un'associazione di esuli. Quindi mi rifaccio a Oscar Wilde, secondo il quale quando un artista viene criticato da entrambe le parti vuol dire che sta facendo bene il suo mestiere''.

''Non si tratta - prosegue - di provocare: questo e' un testo che non fa sconti a nessuno, ne' a destra, ne' a sinistra. Non e' - sottolinea - uno spettacolo che parla delle foibe, come e' stato erroneamente detto, ma si concentra molto di piu' su quelli che io ho definito 'i morti di esodo': coloro che morirono successivamente a questo sradicamento forzato. Si prendono le parti delle sole vittime''.

Nella maggioranza dei casi l'Italia postbellica, in ginocchio, non seppe infatti accogliere questi connazionali strappati alle loro terre per ritrovarsi, poi, stranieri in patria. Accadde alla piccola Marinella, uno dei personaggi dello spettacolo di Cristicchi, ''morta di freddo ad un anno nel campo esuli a Padriciano (Ts). Cosa c'e' di politico in questa umanita' ferita dagli eventi e violentata dalle ideologie?'', si interroga l'artista.

Ciononostante, parafrasando Domenico Modugno, fare musica e' molto simile a fare politica: entrambe richiedono poesia e fantasia. ''Da quando ho affrontato l'argomento della malattia mentale e degli ospedali psichiatrici, in effetti - e' la riflessione conclusiva di Cristicchi - ho compiuto dei gesti politici, raccontando storie che riguardano tutti noi pur avendo sempre al centro la cancellazione dell'identita' della persona. Scrivo quando mi accorgo che c'e' un'identita' distrutta''.

stt/cam

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