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pubblicato il 14/ott/2014 13:12

Bisturi italiani in fuga, in 2024 sale operatorie senza chirurghi

Presidente Sic: emorragia prograssiva ucciderà sanità italiana

Bisturi italiani in fuga, in 2024 sale operatorie senza chirurghi

Roma, 14 ott. (askanews) - Bisturi italiani in fuga, insieme a tanti altri 'cervelli' del Bel Paese, con il rischio che nel 2014 le sale operatorie resteranno senza chirurghi e che l'Italia sarà costretta a importarli dall'estero. E' l'allarme lanciato dal professor Francesco Corcione, presidente eletto della Sic al congresso di Roma. In Italia nel 2010 il numero di assunti di ruolo in chirurgia generale ha coperto solo il 10% del fabbisogno e il 20% nella chirurgia specialistica. Situazione analoga nei reparti dove nel 2011 mancavano all'appello 8800 medici che secondo alcune stime diventeranno 22mila nel 2018 e 34mila tra soli 10 anni.

"Le ragioni sono molteplici, da quelle personali e professionali a quelle organizzative - spiega Corcione - le scuole di non riescono a riempire i posti a disposizione: negli ultimi anni abbiamo assistito ad un calo di iscrizioni del 30%. Diventare chirurgo non è più un sogno per i giovani medici: un laureato in medicina tra specializzazione e precariato inizia a guadagnare ben 10 anni dopo i suoi colleghi in ingegneria o giurisprudenza. Negli Stati Uniti il percorso formativo è più breve: 4 anni per la laurea, 5 di internato e 2 di specializzazione per diventare 'chief resident' (ce la fa uno su 10). Nel frattempo il giovane studente americano alla fine dei 7 anni trascorsi "sul campo" ha eseguito circa 2000 interventi con una notazione obbligatoria nelle vari specialità".

Uno specializzando italiano alla fine del suo processo formativo ha lavorato su cartelle cliniche, e interventi minori e si avvia una vita da "precario". Per tacere, aggiunge Corcione, il fatto che talora gli specializzandi vengono utilizzati per supplire alla carenza del personale di ruolo, esponendoli a rischi professionali. Questo perché vengono stipulati pochissimi contratti a tempo indeterminato (nel 2011 coprivano solo il 15% del fabbisogno) a causa di tagli, errate valutazioni del fabbisogno da parte delle Regioni e blocco dei contratti in quelle sottoposte al piano di rientro. (segue)

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