Cartabellotta (Gimbe): la circolazione del virus sta aumentando

Come sfatare con i numeri alcune false sicurezze

OTT 2, 2020 -

Roma, 2 ott. (askanews) – La soglia, non solo psicologica, degli oltre 2.000 contagi da Covid-19 al giorno in Italia è stata superata. Aumentano anche i tamponi, ma davvero basta a spiegare l’incremento? Anche i morti, i ricoveri e le terapie intensive, è segno che il virus non è ‘clinicamente morto’? Cosa ci aspetta adesso? Come contenere la curva dei contagi? Qual è la situazione negli ospedali, ci sono rischi di sovraccarico? Nino Cartabellotta, medico, esperto a tutto tondo di medicina, metodologia e sistemi sanitari, molto seguito anche sui social e presidente della Fondazione Gimbe (Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze) risponde con i numeri, sottolineando un dato: aumenta il rapporto tra positivi e i casi testati, quindi aumenta la circolazione del virus. Un virus che – avverte – ‘non si è rabbonito’.

‘Il nostro monitoraggio indipendente nella settimana 23-29 settembre – spiega Cartabellotta – documenta la continua ascesa della curva dei nuovi casi, principalmente per l’incremento del rapporto positivi/casi testati, oltre che, in misura minore, dei tamponi effettuati. Da metà luglio il numero dei nuovi casi settimanali è aumentato da poco più di 1.400 ad oltre 12.000 e i casi ‘attualmente positivi’ sono più che quadruplicati: da 12.482 a 52.647. Sul versante delle ospedalizzazioni si registra un incremento dei pazienti ricoverati con sintomi e in terapia intensiva, che in poco più di 2 mesi sono aumentati rispettivamente da 732 a 3.097 e da 49 a 291. Se guardiamo al dato nazionale, la situazione appare sotto controllo, visto che la composizione percentuale dei casi attualmente positivi si mantiene costante dai primi di luglio: il 93-94% dei contagiati, infatti, sono in isolamento domiciliare perché asintomatici/oligosintomatici, il 5-6% sono ricoverati con sintomi e quelli in terapia intensiva sono lo 0,5%. Tuttavia, in alcune Regioni si registra una percentuale di casi ospedalizzati nettamente superiore alla media nazionale del 6,6%: Sicilia (11,1%), Lazio (10,2%), Liguria (9,6%) Puglia (9,2%). Considerato che i casi di oggi sono molto meno gravi di quelli di marzo-aprile, la tentazione di pensare che il virus sia rabbonito è forte, ma non è affatto così: semplicemente oggi stiamo esplorando la parte sommersa dell’iceberg, mentre a in primavera, in assenza screening per scovare gli asintomatici, potevamo intravederne solo la punta, ovvero i soggetti più gravi e ospedalizzati’.

Quindi la logica dei numeri dà una risposta chiara anche qui: ‘Il virus è sempre lo stesso, stiamo solo vivendo una fase diversa dell’epidemia perché dal 3 giugno, con la ripresa della mobilità interregionale e la riapertura dei confini, siamo di fatto ‘ripartiti dal via’: ecco perché ogni confronto dei numeri attuali con quelli della Fase 1 è inappropriato, spesso strumentale e non tiene conto delle dinamiche dell’epidemia’.

E dopo esssere ‘ripartiti dal via’, quanto ci è costata l’estate ‘leggera’? ‘Dai primi di giugno, a seguito delle riaperture – ricorda Cartabellotta – è montata un’onda di ingiustificato ottimismo, complici la bella stagione, la voglia di libertà, la stabilizzazione del numero dei nuovi casi (che riflettevano ancora il parziale lockdown), oltre che alcuni messaggi fuorvianti del mondo medico-scientifico che hanno portato ad abbassare troppo la guardia. E con il via libera alla movida e alla riapertura delle discoteche abbiamo dato una notevole mano al coronavirus. Inevitabilmente la ripresa della mobilità interregionale ha contribuito ad una diffusione del virus che nelle Regioni del sud, grazie al lockdown, aveva circolato pochissimo: lì, infatti, meno dell’1% della popolazione aveva sviluppato anticorpi’.

Adesso, c’è il capitolo riapertura scuola ma è troppo presto per capire come va a finire. ‘Rispetto alla riapertura delle scuole – sottolinea il presidente della Fondazione Gimbe – i veri effetti si cominceranno a vedere intorno alla metà di ottobre: tuttavia sarebbe molto importante attuare a livello istituzionale un monitoraggio serrato dei focolai scolastici, in modo da valutare il reale impatto della circolazione del virus nelle scuole e il suo contributo alla risalita della curva epidemica’.

Cartabellotta ha le idee chiare anche rispetto alla proroga dello stato di emergenza per il Covid-19 fino al 31 gennaio: ‘La proroga dello stato di emergenza è uno status giuridico che non ha una correlazione diretta con l’evoluzione della curva epidemica. Ad esempio il prolungamento del 15 luglio non trovava alcuna giustificazione dal punto di vista di gestione della pandemia. Nel dibattito pubblico occorrerebbe tenere distinti le dinamiche e i numeri del contagio, lo stato di emergenza e le eventuali misure di lockdown: mettere tutto nello stesso calderone ostacola la comprensione di fenomeni epidemiologici, di strumenti normativi e interventi draconiani di contenimento della pandemia. Detto questo, da un punto di vista squisitamente epidemiologico, la proroga potrebbe essere evitata con i numeri odierni, perché la gestione delle criticità sanitarie può essere affidata agli strumenti ordinari: dalle circolari del Ministero della Salute alle ordinanze di Presidenti di Regioni e sindaci’. ‘Ovvio che – aggiunge – con il verosimile peggioramento della curva epidemica all’arrivo della stagione invernale la proroga dello stato di emergenza mira a dotare il Governo poteri straordinari per agire tempestivamente in deroga all’ordinamento vigente tramite i Decreti della presidenza del Consiglio dei ministri e le ordinanze del ministro per la Salute’.

Si rientra negli uffici, i mezzi di trasporto si riempiono e si va verso l’inverno. Non c’è un rischio ‘bomba’ con il rientro di troppe persone negli ambienti chiusi e con il riscaldamento? ‘Certo, la stagione invernale non aiuterà. Quello che individualmente ciascuno può fare è rispettare rigorosamente tutte le misure raccomandate: distanziamento, uso della mascherina e igiene delle mani, areazione degli ambienti senza troppo timore del freddo. Ovvio che rimangono problemi irrisolti, quali gli assembramenti sui mezzi pubblici, mai adeguatamente potenziati, e l’aderenza scrupolosa a tutte le normative anti-Covid negli ambienti di lavoro. In particolare, per alcuni contesti lavorativi ad elevato rischio focolai (macellazione e trasformazione carni, logistica, industrie tessili, etc) dovrebbero essere disposte misure più rigorose’.

Ci aspetta un ‘verosimile peggioramento’, ma si rischia un lockdown totale? Lo rischiano alcune Regioni? ‘Impossibile ad oggi – sottolinea Cartabellotta – immaginare un nuovo lockdown totale del Paese. Certo, in relazione a situazioni epidemiologiche particolarmente critiche, specialmente se con segni di sovraccarico ospedaliero, potrebbero essere stabilite delle chiusure mirate, di variabile estensione geografica, dal condominio ad una intera regione, oltre che la sospensione di specifiche attività produttive o sociali’.

L’Italia sembra comunque aver recuperato l’iniziale impatto tragico del Covid ed essere poi riuscita ad appiattire la curva e contenere i contagi, facendo meglio di altri Paesi anche europei. E’ stato davvero un successo? E cosa dobbiamo fare-non fare ora per perdere terreno? ‘In Italia – risponde Cartabellotta – rispetto ad altri paesi europei, abbiamo attuato un lockdown tempestivo, rigoroso e prolungato, oltre a prevedere riaperture più graduali. Questo ci ha conferito un grande vantaggio rispetto ad altri paesi e ha facilitato il tracciamento dopo le riaperture, visto il numero limitato di nuovi casi e lo svuotamento degli ospedali’.

‘Ma – è l’avvertimento – non è il momento di dormire sugli allori: per vincere questa guerra bisogna giocare d’anticipo sul coronavirus, mettendo in campo azioni per contenere la seconda ondata ed evitare sovraccarichi del sistema sanitario. Serve anzitutto un consistente potenziamento del sistema di testing & tracing oltre che misure di isolamento domiciliare efficaci nel prevenire i contagi intra-familiari; in secondo luogo devono essere garantite le coperture di vaccino antinfluenzale a tutte le categorie a rischio; infine, bisogna assicurarsi che i servizi sanitari territoriali e ospedalieri siano adeguatamente organizzati e potenziati’. E ‘tutti noi infine, oltre a rispettare rigorosamente tutte le misure raccomandate, siamo chiamati a proteggere al meglio gli anziani e le persone fragili’. Un messaggio da non dimenticare.

Gtu