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Martedì 7 aprile 2020 - 21:16

Perché non si deve avere fretta con la “fase 2” (l’epidemiologo Clavenna)

Cosa stiamo aspettando
Perché non si deve avere fretta con la “fase 2” (l’epidemiologo Clavenna)

Roma, 7 apr. (askanews) – Da giorni ormai si parla solo di ‘fase 2’ quella in cui alcune misure di contenimento per la diffusione del coronavirus potranno essere allentate. Ma per farlo è meglio aspettare. Non solo la curva epidemica ancora non è al punto giusto ma ci sono ancora tante domande che aspettano risposte.

Risposte che dobbiamo avere per capire qual è la situazione e anche per essere più preparati, anche con più armi a disposizione contro il Sars-Cov2. Antonio Clavenna farmacologo e ed epidemiologo dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, ci ha spiegato cosa stiamo aspettando.

‘Bisognerà capire come allentare man mano le misure che ci sono, non per tornare alla normalità, non illudiamoci, bensì per riaprire alcune attività e tornare a lavorare, e ci sarà comunque bisogno di mantenere alcune cautele e aspettare di capire come si evolve l’epidemia. Ma ora – avverte – è troppo presto anche pensare di togliere solo alcune misure. E’ ancora presto: i dati che ci sono ci dicono che c’è un rallentamento dei contagi ma il numero dei nuovi casi di contagio resta abbastanza significativo’. E in realtà andiamo anche un po’ alla cieca: ‘Abbiamo anche il problema dei numeri, soprattutto in alcune regioni come la Lombardia, sono difficili da leggere, ovvero 1) mettono insieme guariti e dimessi, quindi casi che possono ancora essere attivi; 2) vengono messi insieme i risultati dei tamponi fatti in giorni diversi. I dati vengono presentati in quel momento, il consueto bollettino giornaliero, ma si riferiscono anche a persone che hanno fatto il tampone giorni precedenti. Difficile dire se la situazione è quella di ieri o l’altro ieri, se nel frattempo la situazione è cambiata e stiamo osservando la coda del problema. 3) i dati più solidi da guardare sono quelli che riguardano le terapie intensive, significativo se aumentano o diminuiscono, ma c’è da considerare che anche le persone che purtroppo muoiono escono da questo numero. 4)il numero dei ricoveri ha un senso ma un elevato numero di casi sono persone che sono rimaste in casa, a cui non è stato fatto un tampone, quindi anche qui l’andamento dei contagi è solo in parte descritto dal numero dei ricoverati’.

Risultato: ‘I dati non danno le informazioni che dovrebbero dare non sono così attendibili per fare previsioni, di sicuro i casi positivi del bollettino sono sottostimati, senza parlare degli asintomatici undetected. Quanto i dati resi pubblici ogni giorno sono o non sono vicini a stimare la situazione reale dei contagi? Ci vorrà ancora qualche giorno prima di capire se siamo vicini ad un miglioramento della situazione oppure no. A maggior ragione cautela: non sappiamo ancora bene come stanno le cose, quindi non abbiamo certo ancora la situazione sotto controllo’.

In realtà per capire come stanno le cose ‘servirebbe un’indagine epidemiologica’. E – spiega l’epidemiologo del Mario Negri – ‘una delle più importanti possibilità che abbiamo da sfruttare è avere un’idea di qual è la percentuale di popolazione che si è ammalata di Covid19 ed è guarita, indipendentemente dal fatto che sia stata trovata positiva oppure no al tampone, che ovviamente è una sottostima del numero di persone che si sono ammalate. Sapere qual è la percentuale di chi si è ammalato e guarito ci dà un’idea del fenomeno e ci dice quante persone almeno per qualche settimana o mese potrebbero essere immuni. Ormai è chiaro che serve un’indagine sierologica a campione. Ancora non siamo partiti perché ancora non abbiamo abbastanza dati per sapere quanto sono attendibili i test sierologici. Ma lo sapremo a breve e si potrà partire’.

Questa indagine può servire infatti a due cose, da un lato a ‘tracciare il quadro reale dell’epidemia, comprendere la sua diffusione’, a sapere più cose, dall’altro è la base per percorrere la strada del ‘patentino d’immunità’. Individuare cioè chi è immune al Sars-Cov-2 e può quindi essere l’avanguardia che torna a lavorare o che comunque ha più libertà di movimento.

Ma ‘se avere un livello di attendibilità dei test a scopo epidemiologico è più semplice, perché la percentuale di rischio dei falsi positivi può essere comunque calcolata e basta a darci un’idea del quadro della situazione, diverso è il caso se lo scopo è identificare persone immuni. Dobbiamo avere un’attendibilità maggiore altrimenti rischiamo di dire ad una persona ‘vai pure, non hai il problema di ammalarti’ e così non è’.

Anche su questo punto fondamentale dell’immunità quindi ‘abbiamo bisogno di un po’ più di tempo per capire due cose: quanto può durare l’immunità e qual è il livello di anticorpi del sangue che protegge la persona dal virus. Due domande ancora aperte. La nostra prima fonte di dati è la Cina e sono in corso studi su questo, nelle prossime settimane verranno pubblicati e le risposte ci saranno’.

‘Dai dati che ci sono al momento – spiega Clavenna – sappiamo che la maggior parte delle persone sviluppa una risposta immunitaria. Ma ci sono segnalazioni di casi sporadici non ancora ben chiari di persone dichiarate guarite poi di nuovo risultate positive al virus. Cosa significa? E’ stata una ricaduta o una reinfezione? Ovvero si tratta di persone che avevano ancora il virus nell’organismo, anche se il tampone nel momento in cui è stato fatto è risultato negativo, e il virus si è ripresentato (ricaduta) o alcune persone potrebbero non sviluppare questa immunità e sono a rischio reinfezione. I casi sono pochi e non sappiamo al momento distinguere. In ogni caso resta da capire se le persone che hanno sviluppato immunità rimangono immuni, e per quanto, se per un periodo prolungato o se col passare delle settimane l’immunità tenderà a diminuire. E quando si può dire che le persone sono protette? E’ sufficiente che ci siano anticorpi per poterlo dire oppure è importante che il livello di anticorpi superi una certa soglia?’.

‘I test sierologici misurano due tipi di anticorpi, immunoglobulina di tipo M, IgM, i primi anticorpi che si formano quando c’è una risposta del sistema immunitario, sono misurabili dopo 6-7 giorni dal contagio, l’infezione è in corso. Poi in un periodo più lungo si formano gli anticorpi che rimango anche più a lungo le immunoglobuline di tipo G. Quando ci sono solo le IgG l’ammalato ha superato la malattia e ha gli anticorpi. In alcuni Stati si sta pensando ad un patentino di immunità, per queste persone, che possono essere l’avanguardia in certe situazioni. In emergenza si può fare, dando a queste persone la priorità, specie per particolari attività lavorative come per gli operatori sanitari ma tenendo conto che 1) non si sa ancora quanto e come protegge questa immunità 2) proprio per questo continuano a valere le precauzioni, come l’uso di dispositivi di protezione individuale, il distanziamento, le norme igieniche’.

Ancora una volta ne sappiano ancora troppo poco per un ‘via libera’ in leggerezza. Dobbiamo aspettare.

Dal sangue dei guariti – ricorda l’epidemiologo e farmacologo Clavenna – arriva anche una speranza per una ‘possibile terapia del covid19: le persone che sono guarite hanno nel sangue gli anticorpi che possono rallentare o bloccare la replicazione del virus, quindi usare il plasma delle persone guarite puo’ essere efficace come terapia. Ci sono state sperimentazioni in Cina e sono in corso in Italia, una rete di ospedali coordinati dal San Matteo di Pavia. Non abbiamo ancora dati solidi per stabilire se c’è un’efficacia, abbiamo dati su singoli casi ma sembra un approccio promettente. Una tecnica abbastanza semplice, con la tecnica collaudata della plasmaferesi, il plasma prelevato viene trasfuso, una trasfusione poi altre due nei giorni successivi, in base alla risposta clinica. Ora dobbiamo aspettare di avere più dati. Nell’arco di un mese avremo le prime risposte’.

E ‘stesso periodo di tempo da aspettare, qualche settimana un mese per avere i risultati di altri studi farmacologici avviati in Cina, Usa un po’ dovunque e anche in Italia come gli studi sull’uso di alcuni farmaci off label: il lopinavir-ritonavir usati per l’Hiv; l’idrossiclorochina o la clorochina usate per la malaria o malattie di tipo autoimmune; un farmaco usato per l’artrite il tocilizumab, che non è un antivirale ma viene sperimentato per contenere l’eccessiva infiammazione causata dalla risposta immunitaria; il remdesivir sperimentato per l’ebola non con una grande efficacia ma stando ad alcuni casi aneddotici ha una certa efficacia nella terapia del covid19, sembra uno dei più promettenti. Poi ci sono anche gli studi sul farmaco giapponese Avigan, di cui per ora si sa davvero poco. Ci sono altre strade che si stanno studiano come per esempio l’uso delle idrossiclorochina come profilassi. Invece in Olanda si sta studiando l’uso di vaccini come quello per la tubercolosi, che non sono mirati al Sars-Cov-2, ma che potrebbero dare una risposta immunitaria ad ampio spettro. Tutta una serie di punti di domanda che però nell’arco di qualche settimana avranno risposte. Gli studi saranno pubblicati e si potrà ragionare davvero di strategie terapeutiche in tempi relativamente brevi, un mese’.

Perché per il vaccino – avverte Clavenna – bisognerà aspettare: ‘Per il vaccino siamo ancora più avanti del previsto e sperato ma più indietro rispetto alla situazione. E per quanto siano in corso lo sviluppo di più di 40 vaccini, due di questi, in Cina e Usa, già in fase di sperimentazione umana, per chiudere tutte le fasi di sperimentazione che garantiscono un vaccino sicuro ed efficace e arrivare alla vaccinazione di massa si dovrà aspettare fino al settembre 2021’.

Quindi ‘abbiamo bisogno di una terapia efficace perché i tempi non saranno brevi per la vaccinazione di massa in sicurezza, e la cosa più urgente da fare è definire quale è la terapia migliore per il paziente. Chiusi gli studi in corso potremmo capire la strategia migliore, quali sono i pazienti che rispondono meglio e anche, altra domanda a cui non sappiamo ancora rispondere, quando usare il tal farmaco. Non abbiamo ancora criteri per capire quando è il momento migliore per usare un farmaco: ai primi sintomi, per evitare la replicazione del virus, o è meglio riservare l’uso dei farmaci a pazienti a rischio con polmoniti. Dobbiamo anche qui aspettare, perché sono domande che devono avere – e avranno presto – una risposta per avere una terapia farmacologica più razionale. Non un farmaco miracoloso ma una terapia farmacologica che aiuti a guarire prima, a non aggravare la malattia, a tenere sotto controllo gli effetti peggiori mentre il sistema immunitario fa il suo lavoro, una terapia di supporto accanto alle terapie di supporto con l’ossigenazione’.

Possono fare la differenza in termini di gravità della malattia e tempi di guarigione. Una differenza importante. Val la pena aspettare qualche settimana e nel frattempo anche l’epidemiologo del Negri è d’accordo con l’uso delle mascherine con una postilla, anzi due: 1)che siano usate bene e 2)che siano a disposizione.

‘Dovremmo vedere cosa succede nelle prossime settimane, la cosiddetta fase due dovrà essere graduale e man mano che la situazione cambia si cambierà atteggiamento. E’ possibile ad esempio che per un po’ di tempo bisognerà usare le mascherine.

Qui il problema grande è che ad oggi non ci sono mascherine per tutti. Chi dice dovremmo usare le mascherine dovrebbe spiegare che potremmo farlo quando ci sarà un adeguato numero di mascherine che può esser offerto. La priorità ovviamente è quella degli operatori sanitari e chi assiste ai malati; dopo di che è possibile e giusto che debbano essere usate nei luoghi chiusi dove ci sono altre persone, come nei supermercati, metropolitane, mezzi pubblici, etc ma si deve garantire a tutte le persone di poter avere una dotazione di mascherine. Dotazione congrua ad un uso corretto: non ne basta una, non si possono riusare’.

Parentesi in tema di uso corretto della mascherina: ‘Le mascherine chirurgiche proteggono più gli altri ma se le hanno tutti proteggono tutti a patto di usarle bene, altrimenti sono una fonte di contagio. Ci sono persone che la tirano su e giù per parlare al cellulare, fumare, continuano a toccarla con le mani che quindi possono contagiarsi e contagiare. Se la mascherina non copre bene naso e bocca non protegge. Non pensare ‘ho la mascherina me ne posso fregare altamente della distanza di sicurezza dalle altre persone’. Non è così. C’è il rischio di un falso senso di sicurezza e non bisogna ingannarci’.

E ‘le mascherine sono monouso, usare una mascherina per giorni non ha senso. Finché non è possibile garantire l’adeguata dotazione è utopico dire usate le mascherine. Bisogna attrezzarsi. Per dire usate le mascherine, devono esserci alcune centinaia di milioni di mascherine per tutta la popolazione. Si è in grado di garantirle? Se la risposta è si allora ha senso dire ‘usatele’. Altrimenti meglio dare indicazioni, ma precise, come hanno fatto negli Usa, di come proteggere naso e bocca con coperture fatte in casa , spiegare anche qui come usarle, tenerle e lavarle. E ribadire: la distanza sociale va rispettata, sempre.’ Gtu/Int9

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