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Giovedì 10 ottobre 2019 - 18:05

Moro, Consiglio regionale della Puglia ricorda statista ucciso

"41 anni di omissioni, deviazioni, macchinazioni, superficialità"

Roma, 10 ott. (askanews) – “Il Caso Moro non è ieri, è domani”. Perché quel delitto è un evento tuttora in divenire e non solo per i particolari che continuano ad aggiungersi dopo quarantun anni. Il parlamentare Gero Grassi ha introdotto così l’appuntamento con l’ex capitano dei Carabinieri Roberto Arlati, che ha avviato la seconda annualità del corso “Moro: Educatore”, un progetto del Consiglio Regionale pugliese, gestito dalla Sezione Biblioteca e comunicazione istituzionale e realizzato d’intesa con l’Ufficio Scolastico Regionale di Puglia, l’IPSAIC Puglia e la Società Italiana di Scienze Umane e Sociali (SISUS).

Aldo Moro – si sottolinea in una nota – si distingue per la profondità e la moralità del suo pensiero, la lucidità della sua visione, la capacità di anticipare il futuro. “Era uno statista di prestigio internazionale ed anche un docente, prima a Bari, poi in quell’Università di Roma nella quale il 16 marzo 1978 saltò per la prima volta una seduta di laurea, fissata per le 16. Era stato sequestrato la mattina, in via Fani, dopo l’eccidio della scorta: due carabinieri, tre poliziotti”.

Da quella strage, dai 55 giorni di prigionia, dall’omicidio il 9 maggio successivo, partì una complessa serie di indagini, che per voleri occulti non dovevano approdare alla verità. “Una parte importante dell’enorme scenario (perché sotto tanti aspetti il caso Moro è vera rappresentazione) è quella che può raccontare Arlati, bergamasco di alta statura e tutto d’un pezzo, allora nella Sezione Speciale Anticrimine dei CC in via Moscova, a Milano. Ha guidato l’irruzione nel covo Br milanese di via Montenevoso, il 1 ottobre 1978. Nell’azione vennero arrestati latitanti di rilievo e sequestrato materiale, in parte scomparso, in parte scoperto solo successivamente, nel 1990, nascosto dietro un pannello”.

Arlati lasciò poco dopo l’Arma. Era un investigatore classico, “da strada”, uno che seguiva metodi puliti, convenzionali e qualche volta anticonvenzionali: mogli e fidanzate dei militari (non arruolavano ancora Carabiniere), per formare coppiette negli appostamenti, che non avrebbero destato sospetti nei pedinati. Un pezzo di storia raccontato da un protagonista. L’ennesimo episodio controverso del Caso Moro.

Tornando al 16 marzo, in via Fani non c’erano solo le Brigate Rosse, lo hanno accertato i lavori della seconda commissione parlamentare d’inchiesta, promossa dal Grassi e di cui ha fatto parte. C’erano uomini della mafia (banda della Magliana), della ‘ndrangheta, dei servizi segreti italiani e stranieri. Si gridavano ordini e avvertimenti in tedesco, ha testimoniato una studentessa diciannovenne, sentita solo nel 2017, quasi sessantenne.

Furono esplosi 93 colpi d’armi da fuoco, più 3 della scorta, in 56 secondi. Un inferno. E nessuno doveva sopravvivere dei cinque agenti e carabinieri nelle due auto, perché avrebbe rivelato chi aveva agito in strada: “anche le BR”, ha dichiarato Franceschini, il loro capo, che non vuole dire di più, perché “sarebbe ucciso”.

Quasi tutto quello ch’è stato raccontato, scritto, affermato sul Caso Moro non risponde al vero, sostiene Gero Grassi. Omissioni, deviazioni, superficialità, macchinazioni, Loggia P2. “Di tutto, di più”. Ma c’è un’Italia vera, che nessuno ha raccontato, che sta vendendo fuori dalle “lezioni” in Consiglio.

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