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Giovedì 8 novembre 2018 - 10:37

Perché il referendum sull’Atac è un voto alla Giunta Raggi

Ma l'ultima parola potrebbe essere scritta in tribunale
Perché il referendum sull’Atac è un voto alla Giunta Raggi

Roma, 8 nov. (askanews) – Oltre 12mila dipendenti, 1,4 miliardi di debiti al centro di un concordato preventivo per provare a salvarsi dal fallimento grazie a un contratto per il trasporto pubblico locale della Capitale che vale 500 milioni e che la Giunta Raggi ha prorogato fino al 2021. E’ questa la carta d’identità di Atac, azienda partecipata al 100% del Campidoglio, il cui futuro sarà al centro del referendum consultivo che si terrà domenica 11 novembre dalle ore 8 alle ore 20.

La consultazione, proposta dal Comitato “Mobilitiamo Roma” promosso dai Radicali Italiani, verterà su due quesiti più ampi, sui quali ci si potrà esprimere nei soliti seggi elettorali muniti della normale tessera: “Volete voi che Roma Capitale affidi tutti i servizi relativi al trasporto pubblico locale di superficie e sotterraneo ovvero su gomma e su rotaia mediante gare pubbliche, anche a una pluralità di gestori e garantendo forme di concorrenza comparativa, nel rispetto della disciplina vigente a tutela della salvaguardia e la ricollocazione dei lavoratori nella fase di ristrutturazione del servizio?”, recita il primo.

“Volete voi che Roma Capitale, fermi restando i servizi relativi al trasporto pubblico locale di superficie e sotterraneo ovvero su gomma e rotaia comunque affidati, favorisca e promuova altresì l’esercizio di trasporti collettivi non di linea in ambito locale a imprese operanti in concorrenza?”, chiede il secondo ai romani.

Si vuole, cioè, “capire se i residenti vogliano mettere il servizio di Tpl a gara, per recidere il rapporto malato e perverso tra Roma e Atac – spiega il presidente del Comitato e deputato di + Europa Riccardo Magi – Finora sindaci e assessori si sono comportati come i proprietari di un’azienda fallita anziché come il soggetto pubblico capace di far garantire ai cittadini un servizio. Si sono capovolte le priorità”, ha denunciato a più riprese.

In realtà, oltre a un confronto tecnico sul modello di gestione dei trasporti nella Capitale, l’election day si configura sempre più come l’ennesimo esame per la giunta pentastellata, per di più all’indomani della sentenza che stabilirà se la sindaca Virginia Raggi sia più o meno colpevole di falso nella vicenda che ha portato Renato Marra, fratello del suo ex vice capo di Gabinetto Raffaele, a capo del Dipartimento Turismo del Comune.

I romani, d’altro canto, sono esasperati da bus vecchi in media 12 anni, 29 andati a fuoco nel solo 2018, e da un’azienda che assicura il 16% in meno rispetto ai chilometri previsti dal contratto di servizio, pur avendo riportato nel primo semestrale 2018 un utile netto di 5 milioni di euro.

Comunque vada, l’esito della consultazione potrebbe non mettere la parola fine alle annose vicissitudini del Tpl romano che potrebbe, con ogni probabilità, essere scritta dal Tar del Lazio o dalla magistratura.

Innanzitutto, ha spiegato il presidente del Comitato per il ‘sì’ Magi, “il Campidoglio ha fissato per questa consultazione un quorum al 33% degli aventi diritto (circa 650mila residenti), pur avendo indetto il referendum lo stesso giorno in cui l’Assemblea capitolina ha votato l’eliminazione del quorum per i referendum consultivi, modificando lo Statuto comunale”. In secondo luogo, sempre quanto rappresentato dal fronte del ‘sì’ sulla base di inchieste giornalistiche, l’amministrazione capitolina stessa avrebbe sollecitato i dipendenti di Atac a iscriversi in massa agli elenchi degli scrutatori, per cui ci sarebbero circa 600 dipendenti dell’azienda partecipata tra chi maneggerà fisicamente le schede domenica prossima.

Sis-int4

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