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Giovedì 15 febbraio 2018 - 13:23

Antinori all’attacco: chi mi accusa è una calunniatrice

Il legale dell'infermiera: "Confermata sua credibilità"
Antinori all’attacco: chi mi accusa è una calunniatrice

Milano, 15 feb. (askanews) – Condannato per le accuse di una “calunniatrice”. Severino Antonori stigmatizza così la donna che, con la sua denuncia, fece scattare le indagini che hanno portato alla condanna di 7 anni e 2 mesi di carcere stabilita oggi per lui dal Tribunale di Milano. “Colei che mi accusa, con una ordinanza di quasi 30 pagine, è stata qualificata calunniatrice da altro giudice del tribunale di Milano che ne ha ordinato l’imputazione coatta”, ha detto Antinori al suo avvocato subito dopo la sentenza. Verdetto “che i miei difensori impugneranno”, ha aggiunto il ginecologo definendosi “molto rammaricato e deluso” dall’esito del processo.

I giudici del Tribunale di Milano hanno infatti ritenuto attendibile la versione della donna. La sua è invece stata ritenuta “una ricostruzione fantastiosa” da un altro giudice milanese, il gip Luigi Gargiulo, che proprio alla luce dei “parecchi dubbi” suscitati dal suo racconto, nei mesi scorsi aveva rigettato la richiesta di archiviazione dei pm disponendo l’imputazione coatta per la donna accusata di calunnia. Contro un provvedimento definito “abnorme” si sono poi schierati i pm Maura Ripamonti e Leonardo Lesti con un ricorso ora all’esame della Corte di Cassazione.

La sentenza di oggi dimostra che “la mia assistita è una persona credibile, tutt’altro che una calunniatrice”, è stata la replica di Roberta De Leo, avvocato della presunta vittima del prelievo forzoso di ovuli. La donna, un’infermiera spagnola di origini marocchine, raccontò agli inquirenti di essere stata “afferrata con la forza”, immobilizzata al lettino della sala operatoria della Matris, poi sedata (“Mi hanno fatto una puntura e da quel momento non ricordo più nulla”) e infine costretta a subire un’intervento chirurgico contro la sua volontà. Un impianto accusatorio “tenuto in piedi da una serie di riscontri”, ha sottolineato ancora l’avvocato De Leo citando “la falsità degli atti di consenso all’intervento (una perizia disposta nel corso del processo ha stabilito che la firma dell’infermiera è stata falsificata – ndr) e infine le dichiarazioni degli altri testimoni che hanno corroborato in modo inattaccabile le sue dichiarazioni”.

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