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Venerdì 13 marzo 2015 - 07:50

Due anni di Papa Francesco, riforma (e fronda) entrano nel vivo

I nodi del sinodo su famiglia e della riorganizzazione di Curia
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Città del Vaticano, 13 mar. (askanews) – Lui provoca, e lo sa. ‘Oggi possiamo chiedere allo Spirito Santo che ci dia la grazia di dare fastidio alle cose che sono troppo tranquille nella Chiesa”, aveva detto ad una delle prime messe celebrate la mattina alle sette nel residence Santa Marta dove ha deciso di vivere, disertando, nello sconcerto generale, il più nobiliare Palazzo apostolico. Jorge Mario Bergoglio, il primo Papa gesuita della storia, il primo Papa non europeo, il primo Papa che ha scelto il nome Francesco, il primo che non ha partecipato al Concilio vaticano II e per questo non lo discute ma lo mette in pratica, dal 13 marzo del 2013, due anni fa, quando fu eletto 265esimo successore di san Pietro, ha dato molto fastidio. L’opposizione alla perestrojka francescana, trattenuta dalla popolarità del Papa, repressa per l’obbedienza del fedele al Romano Pontefice, rinviata dal suddito del sovrano vaticano, negli ultimi mesi ha rotto gli argini. Dopo due anni di popolarità, la battaglia – attorno alla riforma della Curia romana, sui temi della famiglia e del sinodo – è divenuta palese. Il volto della Chiesa, se non la sua anima, nel frattempo è irriconoscibile.

Basta andare a due anni fa per ricordare l’atmosfera in cui era piombato nel corso degli anni il Vaticano, scioccato infine dalla rinuncia al pontificato di Benedetto XVI con una scelta epocale che sembrò, a non pochi curiali, il sigillo della crisi, e schiuse invece l’imprevedibile. Il 12 marzo del 2103, primo giorno di Conclave, subito prima che iniziassero le votazioni, il cardinale Prosper Grech pronunciò, sotto la volta di Michelangelo, l’ultima meditazione, drammatica. Il porporato maltese – il testo fu pubblicato solo mesi dopo sugli Acta Apostolicae Sedis – prospettò lo spettro dello scisma, parlò del dramma della pedofilia dei preti (“Allora bisogna umiliarsi di fronte a Dio e agli uomini e cercare di sradicare il male a ogni costo, come ha fatto, con grande suo rammarico, Benedetto XVI”) rievocò il fumo di Satana che si insinua nella Chiesa. Si soffermò sulla persecuzione fisica dei cristiani e della “persecuzione della menzogna”. Chiaro riferimento alla lacerante vicenda Vatileaks, i documenti di Papa Ratzinger trafugati e filtrati alla stampa: ‘Se recentemente abbiamo pianto su tanti avvenimenti spiacevoli accaduti a clero e laici, persino nella casa pontificia, dobbiamo pensare ch e questi mali, pur gravi che siano, se comparati con certi mali del passato nella storia della Chiesa, non sono che un raffreddore. Come, con l’aiuto di Dio questi sono stati superati, si supererà anche la crisi presente. Ma anche un raffreddore – annotò il cardinale – bisogna curarlo bene perché non si sviluppi in polmonite’.

Un quadro tetro, drammatico, che sembra distante anni luce dai successi di Papa Francesco. Piazza San Pietro è tornata a traboccare ad ogni Angelus e ad ogni udienza generale. Sette milioni di fedeli a una messa del Papa, tanti ve ne erano a gennaio scorso a Manila, non si erano mai visti nella storia dei Papi. Frutto di un lavorio diplomatico durato anni, la svolta dei rapporti tra Stati Uniti e Cuba – lo hanno dichiarato tanto Barack Obama quanto Raul Castro dando l’annuncio in parallelo in televisione – è avvenuta anche grazie alla mediazione di Papa Francesco. Copertine delle riviste di tutto il mondo dedicate a Bergoglio, da “Time” a “Rolling Stones”. Fila di capi di Stato da tutto il mondo che – snobbando l’Italia – vengono a Roma per incontrarlo, compresi Obama, Putin, mezzo establishment latino-americano, Angela Merkel e – era qualche mese fa, la sua candidatura non era ancora formalizzata – Alexis Tsipras. Shimon Peres e Abu Mazen vengono in vaticano per pregare con lui per la pace tra israeliani e palestinesi. Non credenti diffidenti da sempre verso la Chiesa che ascoltano con curiosità, leader di altre fedi – da al Azhar in Egitto al primate anglicano Justin Welby, dai rabbini invitati a mangiare kosher a casa Santa Marta in Vaticano agli esponenti buddhisti, induisti, scintoisti che hanno firmato in Vaticano una dichiarazione congiunta contro la tratta degli esseri umani – che lo scelgono come interlocutore privilegiato. A Gerusalemme si porta, dall’Argentina, un rabbino e un saggio musulmano. Prega “per la Turchia, per il muftì, e anche per me” nella moschea blu di Istanbul, si fa benedire dal patriarca ortodosso di Costantinopoli, visita il tempio buddhista nello Sri lanka. In Italia i fedeli, pur con tutte le sfumature, sono entusiasti, i vescovi più perplessi. Jorge Mario Bergoglio si tiene lontano dalla politique politicienne, intrattiene rapporti corretti con i palazzi romani e le alchimie parlamentari, ma segue da vicino – e interviene – le questioni che gli stanno a cuore, anche scegliendo con cura i viaggi nel Belpaese: l’immigrazione (Lampedsua), la disoccupazione (Cagliari), la guerra (Redipuglia), la criminalità organizzata (Cassano allo Jonio, e chissà che dirà sabato 21 marzo a Napoli) o la situazione dei detenuti, che tornerà ad incontrare quando, il giovedì santo, celebrerà la messa “in coena domini” al carcere di Rebibbia. Erede dei missionari gesuiti che per primi si spinsero in estremo oriente, tende all’Asia nei suoi viaggi internazionali, non si stanca di spingere per il miglioramento dei rapporti con la Cina (“Ne deriverebbero immensi benefici per la pace nel mondo”, chiosa il suo segretario di Stato cardinale Pietro Parolin), ma già progetta nei prossimi mesi un viaggio in Africa, un ritorno in America latina e, a luglio, un viaggio negli Stati Uniti, la prima volta che il Papa argentino mette piede, in vita sua, in terra yankee, dove i sondaggi del Pew Forum on Religion lo danno in continua ascesa tra i fedeli, nonostante i malumori di repubblicani e tea party per le sue posizioni “marxiste” in economia.

Il pontificato di Jorge Mario Bergoglio, però, è tutt’altro che una marcia trionfante. L’opposizione è cresciuta. Ci sono i curiali preoccupati per la riforma delle strutture, i tradizionalisti infastiditi dallo stile disinvolto del Papa, la vecchia guardia che ha perso potere, gli italiani che guardano con sospetto a un Vaticano che – lo ha detto il promotore di giustizia, Gian Piero Milano, aprendo l’anno giudiziario vaticano – da “enclave italiana” è diventata un tassello della comunità globalizzata, i conservatori che non gradiscono le aperture di Bergoglio su gay, coppie di fatto e preti sposati. Il Papa, in realtà, non è un progressista. Ma chiamato dal Conclave di due anni fa a rilanciare il cattolicesimo, ha già smosso molti equilibri, ed altri si appresta a smuoverne. A Natale, in occasione degli auguri di Natale, anziché fare un discorso cerimonioso ha elencato 15 malattie spirituali della Curia. Più di un monsignore è rimasto di stucco. Due, in particolare, le questioni attorno alle quali il dissenso di è coagulato negli ultimi mesi. Il primo è il tema della famiglia. Il Papa ha convocato un sinodo straordinario, a ottobre scorso, e uno ordinario, a ottobre prossimo, per affrontare, insieme ai vescovi di tutto il mondo, e coinvolgendo anche i fedeli tramite un doppio questionario, questioni che spaziano dal matrimonio alla poligamia, dalla contraccezione all’omosessualità. Prima, durante e dopo l’assemblea straordinaria dell’autunno scorso diversi cardinali hanno preso posizione contro le aperture del cardinale bergogliano Walter Kasper sulla comunione ai divorziati risposati. Non succedeva da anni che un dibattito così aperto, a tratti aspro, avvenisse pubblicamente su una questione – la dottrina e la pastorale della Chiesa sulla famiglia – che nel trentennio precedente, con Wojtyla e Ratzinger, non aveva sostanzialmente ammesso una variegatura di posizioni. E se il cardinale statunitense Raymond Leo Burke si propone come capofila della fronda anti-bergogliana, sono diversi gli ambienti che, più sottotraccia, lo sostengono, anche in Italia, dove nell’era del cardinale Camillo Ruini i temi pro-life erano divenuti la piattaforma ideale della Conferenza episcopale italiana. L’altro campo di battaglia di questi mesi di pontificato è la riforma dell’organigramma della Curia romana, e in particolare degli uffici economici e amministrativi, Ior compreso. I partiti si sfaldano e si ricompongono, le sensibilità si scontrano, lo spoils system ha penalizzato gli italiani protagonisti di tanti scandali degli anni passati, ma anche la nuova guardia, capeggiata dal cardinale australiano George Pell, si trova bersagliata di critiche, come dimostrano i documenti pubblicati solo la scorsa settimana dal settimanale l’Espresso contro lo strapotere dell’ax arcivescovo di Sidney, alla vigilia della promulgazione dei nuovi statuti economici con i quali il Papa ha bilanciato i poteri dei vari organismi. La riforma di Bergoglio crea tensioni, suscita resistenze, innesca contraccolpi. Nei primi mesi del pontificato, ogni parola del nuovo Papa, ogni gesto, era oggetto di plauso. Ora che gli interessi reali vengono messi in discussione, i critici approfittano di ogni sbavatura, di ogni gaffe vera o presunta – i cattolici che fanno figli come conigli, l’Argentina che rischia la “messicanizzazione” con il narcotraffico, il “pugno” a chi offende la “madre” dopo gli attentati di Charlie Hebdo – per tentare di costruire l’immagine di un Pontefice incauto, che parla troppo, “imprevedibile”, come ha titolato un articolo al vetriolo del quotidiano conservatore tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung di domenica scorsa.

Lui provoca, e lo sa. Preferisce, lo ha detto, una Chiesa incidentata che una Chiesa malata di autoreferenzialità. Creare disordine (“Fate casino”, ha detto ai giovani della Giornata mondiale della gioventù di Rio de Janeiro) è uno dei modi con cui cerca, al tempo stesso, di aggirare l’apparato e ravvivare una fede assopita. Bastonando la corruzione, anche quella dentro la Chiesa, e predicando la misericordia di Dio per tutti i peccatori pentiti. Spiega il gesuita argentino Diego Fares nell’ultimo numero della Civiltà cattolica che “in mezzo alle narrazioni e ai gesti del Papa si apre questa dimensione profonda del cuore, e le persone sentono di comunicare con lui e di ricevere la grazia, al di là delle definizioni. C’è incontro, avvicinamento, amore, gioia, desiderio di camminare insieme? E tutto questo lo avvertono in modo specialissimo coloro che erano lontani, coloro che non potevano entrare nella Chiesa o sentirsi a casa, perché le definizioni non glielo consentivano. In questo senso Papa Francesco sta operando nel linguaggio una rivoluzione di portata ben maggiore, a mio parere, rispetto a quelle che potrà apportare all’economia vaticana o all’organizzazione della Curia’.

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