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Martedì 19 novembre 2013 - 19:18

Leggi razziali: 75 anni fa sulla G.U. del Regno, una ferita sulla Storia

(ASCA) – Roma, 19 nov – Era il 19 novembre del 1938, esattamente 75 anni orsono, quando la Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia pubblicava il decreto contenente i ”Provvedimenti per la difesa della razza italiana”, varato 2 giorni prima dal Consiglio dei ministri, quelle Leggi razziali volute dal regime fascista. Una ferita mai chiusa nella storia del Paese che ancora oggi si interroga sull’insieme di provvedimenti, derivati dal Manifesto della Razza, stilato da scienziati vicini al regime. ”Il concetto di razza e’ puramente biologico”, vi si leggeva, ”la popolazione dell’Italia attuale e’ nella maggioranza di origine ariana e la sua civilta’ ariana” ed ”esiste ormai una pura razza italiana”, dunque, ”e’ tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti”, e soprattutto che ”gli ebrei non appartengono alla razza italiana”. Agli ebrei venne vietato il matrimonio con ‘ariani’ italiani, di lavorare in banca o in aziende pubbliche, di insegnare (se non in scuole ebraiche), di fare il notaio o il giornalista e vennero introdotte forti limitazioni per tutte le cosiddette professioni intellettuali. I ragazzi ebrei furono costretti a lasciare scuole pubbliche e universita’. Per tutti l’annotazione dello stato di ‘razza ebraica’ nei registri dello stato civile. Molti – intellettuali, professionisti, scienziati, medici – lasciarono l’Italia trovando rifugio negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in America Latina. Fra loro Enrico Fermi, la cui moglie era ebrea. Controversa e a lungo dibattuta negli anni a seguire la posizione della Chiesa di fronte alla promulgazione delle leggi razziali. Accuse di colpevole immobilismo, da parte dell’allora Pontefice Pio XII sono arrivate sia da sinistra che da destra (lo stesso Gianfranco Fini nel corso di una scorsa commemorazione di quella che defini’ ”una pagina vergognosa” della nostra storia, si chiese ‘perche’, salvo talune luminose eccezioni, non siano state registrate manifestazioni particolari di resistenza. Nemmeno, mi duole dirlo, da parte della chiesa cattolica”). Ma la Chiesa e’ sempre stata irremovibile nel ribadire la propria totale contrarieta’ al razzismo e all’antisemitismo. Lo ha spiegato il gesuita padre Peter Gumpel, relatore della Causa di beatificazione di Papa Pacelli, intervenuto oggi a Radio Vaticana: ”La tradizione di tutta la Chiesa cattolica era quella di difendere gli ebrei contro le ingiuste persecuzioni – ha detto -. Pio XI dava ordine al cardinale Pacelli, suo segretario di Stato, di salvare quanti piu’ ebrei possibili dalle persecuzioni: furono, per esempio, inviati messaggi a tutti le Nunziature nel mondo libero per ricevere gli ebrei perseguitati. Alcuni di essi furono presi direttamente al servizio della Santa Sede e questo naturalmente irritava molto Mussolini”. ”Ogni protesta pubblica contro Hitler – ha ricordato – era controproducente: aggravava la situazione dei perseguitati e questo e’ stato detto da tanti ebrei eruditi, dai migliori specialisti della Shoah. Quello che, invece, Pio XII ha fatto, qui a Roma, in Italia e anche in Germania, e’ di dare rifugio: ha aperto i monasteri e ha persino dispensato la severissima legge che nei monasteri chiusi delle donne non potessero entrare degli uomini. Per me e’ un mistero come sia possibile ancora oggi, per esempio qui a Roma, continuare a mantenere quell’affermazione, secondo la quale non ha fatto niente. Questo e’ antistorico. La cosa e’ assolutamente chiara”. mpd/mau

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